Racconto Breve

Le lacrime nel cuore

Martina Sorci

È sabato sera. Sono seduto sul divano: mi infilo le ciabatte, mi alzo e vado verso la finestra. Fuori piove. È difficile distinguere i contorni delle case, è troppo buio. Guardo fuori e mi sembra di essere sospeso nel nulla. Quante volte ci spaventa la notte. Abbiamo così tanto bisogno della luce e di vedere ogni cosa che ci circonda che temiamo le tenebre, la possibilità di perdere ogni certezza.
È sabato sera. Mi sento soffocare, apro la finestra. Fuori tira una brezza leggera. Mi sento accarezzare la pelle da questo lieve venticello e vorrei pregare le nuvole di non smettere di soffiare. Ma non posso. Ogni cosa è destinata a svanire, anche questo breve attimo di sollievo.
Pioveva anche il giorno in cui sono nato. Così mi aveva sempre raccontato mia madre. Ricordo ancora quello che mi diceva ogni sera prima del bacio della buona notte: «sembrava che anche le nuvole piangessero di gioia per il tuo arrivo. Anche il cielo ti desiderava quanto me!». Già, tutti mi desideravano, tutti tranne mio padre. Ho sempre pensato che le nuvole, in realtà, quella notte non avessero pianto di gioia ma, al contrario, di tristezza sapendo il dolore che avrebbe causato, nella mia famiglia, il mio arrivo. L’uomo che fin da bambino ho chiamato papà non mi aspettava, non mi voleva e, probabilmente, non mi desiderava. Vedeva nei miei occhi verdi il tradimento di mia madre e nei miei capelli dorati un altro uomo. Si sentiva una ferita al cuore ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, ma, nonostante ciò, in ognuno di questi secondi provava ad amarmi, volermi bene come se fossi suo figlio. Alcune volte, però, il suo sguardo era così lontano e distante da farmi gelare il cuore. Ricordo ancora il vuoto nei suoi occhi quando per la festa del papà gli portavo i regalini preparati a scuola. Li fissava, li prendeva e li lasciava sul tavolino vicino alla poltrona per una giornata. Il giorno dopo erano spariti, forse gettati nell’immondizia, forse chiusi in un qualche armadio. Ogni volta io mi sentivo così solo e in colpa. Desideravo di non esistere, sognavo di non essere mai nato.   Poi, una fredda mattina di gennaio, dopo dodici anni, il suo cuore non ce la fece più e, ormai dilaniato da troppe ferite, cessò di battere. Se ne era finalmente andato. Era riuscito a lasciare quella donna che gli aveva distrutto la vita fino ad ucciderlo, ma che tanto aveva amato. Era riuscito perfino ad abbandonare quel bambino che voleva, ma non poteva avere. Ricordo solo il freddo di quel giorno, un freddo pungente di rosa spina. Fu l’unica volta in vita mia che piansi. Piansi tanto, così tanto da consumare le lacrime. Piansi, in un primo momento, perché gli volevo veramente bene, poi piansi perché non ero riuscito a farmi amare da lui. Per me la sua morte era stata un fallimento, in tutti i sensi. Per lui, molto probabilmente, una liberazione, in tutti i sensi. Piansi anche mentre leggevo la lettera che mi aveva lasciato, nella quale mi spiegava il motivo della sua freddezza e mi chiedeva perdono per avermi sempre respinto.

Caro bimbo dai capelli d’oro,                                                                                                                                       sono tanti i motivi per cui dovrei chiederti scusa. In primis se stai leggendo questa lettera è perché finalmente sono riuscito ad andarmene. Non puoi sapere da quanto tempo aspettavo questo momento. Io e il vento. Nient’altro. Scusa se non sono stato quel padre gentile e premuroso. Scusa se non ti ho mai accarezzato, mai baciato. Non ci riuscivo. Eri così simile a lui, a quell’uomo che mi aveva portato via la tua mamma. Ed io lo odiavo, lo detestavo così tanto da non riuscire a sorreggere il tuo sguardo. Ma non dubitare mai del bene che ti ho voluto. Tutti quei regali che mi hai preparato a scuola sono al sicuro nel mio cuore e su una mensola in cantina. Prendili, ti terranno compagnia nell’avventura che è la vita. Non pensare che non sei stato alla mia altezza, al contrario sono io che non sono stato in grado di proteggerti e di amarti come avresti dovuto. Io ho provato a resistere. Ho cercato di riparare quel vaso che tua madre aveva rotto. Ho davvero provato, ma ora sento di essere al limite. È così ti chiedo scusa per averti abbandonato, non lo meriti. Tu sei buono, tu non sei i miei demoni. Sto scrivendo questa lettera nella sala di aspetto dell’ospedale. Sono stato a fare dei controlli e il mio cuore è molto debole. Tenere tutto dentro fa male, bimbo caro, ti prego non fare il mio errore. Ora che sai tutto prendi in mano la tua vita e diventa grande. Un grande uomo con la forza di un tornado e la pazienza delle onde. Io ti penserò sempre e sarò in ogni alba e in ogni tramonto. Da quella posizione potrò finalmente proteggerti come un vero padre dovrebbe fare.                                                                                                         Un bacio

Forse ero troppo piccolo per capire, forse non volevo veramente capire perché questo avrebbe implicato sapere troppo. Però quel giorno qualcosa si ruppe dentro di me. Non l’ho mai odiato, come potevo? Ho incolpato sempre mia madre di tutto. Aveva tradito e mi aveva privato di un padre. Più rileggevo quella lettera e più forte l’odio verso mia madre cresceva. Come si può mentire fino ad uccidere in silenzio? Come si può tradire? Ero un bambino e non riuscivo a liberare la mia mente da queste domande e così pensai di dimenticare, di ricominciare. Non riuscendo a sostenere lo sguardo di quella donna che detestavo decisi di scegliere la scuola superiore più lontana da casa e, semplicemente, me ne andai. Mi trasferii da una lontana prozia in una casa che sapeva di muffa e sapone. Ricordo benissimo il giorno che arrivai da lei, con quella valigia più grande di me, ricordo che ci fu uno strano scambio di sguardi, un rimprovero velato. Non disse nulla però, rimase silenziosa come i gatti randagi che di notte scivolano veloci sui cornicioni. Non mi ha mai chiesto nulla. Ha fatto la sua vita ed io la mia. Mi sono trovato un lavoretto e ho studiato tanto per riempire il vuoto della solitudine. Ho iniziato una nuova vita, imparato a crescere e giurato sulla tomba di quello che consideravo, comunque, il mio unico padre che non avrei mai più parlato ne guardato mia madre. E così fu. Anche se ormai sono passati già otto anni dalla sua morte ancora non riesco a capire il suo silenzio spietato, il suo tradimento, la sua decisione di non rivelarmi il nome del mio padre biologico e con quel nome la verità che per diritto avrei dovuto conoscere. E così, ora, sono orfano di madre e, in un certo senso, anche di padre. Ho 28 anni, lavoro in una grande agenzia come dirigente. Sono un uomo d’affari e in carriera. Non ho mai più pianto, né amato veramente qualcuno. Ho sempre vissuto nel rimorso di non aver salutato mia madre sul letto di morte, nella voglia di incontrare il mio vero padre, nel dolore di non aver mai avuto un padre.
È sabato sera. Per la prima volta, dopo ormai troppi anni, il rimorso e il dolore sconfiggono la ragione e la razionalità. Rileggo quella lettera, di nuovo come ogni sera. In realtà più che un leggere è un ripetere a memoria ogni lettera, ogni riga come una preghiera della buonanotte, come un ultimo salmo, un ultimo inno. Le parole si confondono con il rumore delle macchine per strada ed io mi sento come loro. Confuso. Stanco.
È sabato sera e piango affacciato alla finestra. Fuori fa freddo, le mie lacrime cadendo si mescolano con la pioggia. Non sono più sole loro. Io sì. Sono solo con i miei pensieri. Qualcosa si sta facendo largo nel mio stomaco, nel mio cuore. Sembra strano ma fissando questa strada, in questa notte così comune a tutte le altre, sento di  essere stato perdonato da mia madre. E per questo il cielo e le nuvole piangono sicuramente di gioia. Dio, il destino, il fato mi hanno voluto dare una seconda possibilità. Devo imparare a chiedere scusa, ad accettare la vita e le scelte degli altri. Ho odiato per tanti anni una donna che forse aveva solo bisogno di spiegarsi, una donna che mi ha fatto vedere la luce del sole. Odiando sono stato traditore quanto lei, ho tradito il senso primordiale della vita e ho tradito l’unico potere che risiede nell’uomo: il perdono. Oggi ho capito. Forse questa pioggia, forse le gomme delle auto che sbattono contro le pozzanghere, forse quelle parole, quella lettera oggi hanno un senso. In realtà non sono mai stato veramente solo. Quelle lacrime che adesso stanno uscendo dai miei occhi sono rimaste congelate nel mio cuore fino ad oggi. Ma il mio cuore si sta sciogliendo. La notte ha deciso così. Torno a sentire quella brezza leggera e calda di prima. La mia pelle trema, il mio cuore sussulta. Mia madre mi abbraccia. Il cielo si sta aprendo, le nuvole se ne vanno. Vedo le stelle, la brezza continua a soffiare. Dondolo nella notte. Guardo il cielo. Non piove più. Ho smesso di piangere. Ho finalmente buttato sull’asfalto tutti questi 28 anni di finta solitudine.
È sabato sera. Chiudo la finestra. Mi metto le scarpe, la giacca e anche il berretto. Apro la porta. Esco. Mi sento per la prima volta veramente vivo. Sento il mondo. Nessuno è mai veramente solo, bisogna solo abbandonare la tristezza, sciogliere il ghiaccio che lega il cuore.
È sabato sera. Ho voglia di festeggiare. Sono nato.

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Martina Sorci

Amo follemente la letteratura, la fotografia, l'arte. Scrivo poesie e racconti da sempre per esigenza e passione, leggo davvero tanto e mi piace girare e scoprire il mondo e tutte le sue curiosità nascoste. Ho una laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali e una laurea triennale in Lettere Moderne.

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