Poesia

Ottave leggiadre – Parte I

Lorenzo Naturale

I
Non camminare dietro a me: sapresti
per certo verso dove ora io ti porto?
Non camminare innanzi a me: vedresti
se di una guida altra mi sono accorto?
Fidarti di me: questo lo faresti?
Allora ascoltami: fa’ il passo corto,
stammi vicino e stringi la mia mano:
così soltanto andremo via lontano.

II
Il cielo bacia gli alti e grandi monti
mentre le onde si abbracciano tra loro;
tutte le sere, albe, giorni e tramonti
ogni parte di questa terra adoro;
l’argentea luna vela gli orizzonti
e il sole copre tutto il mondo d’oro:
ma tutto ciò non sarà forse invano
se non potrò mai avere la tua mano?

III
Ha forse il fiume angoscia nel fluire,
il frutto nel suo maturare e il fuoco
nel suo bruciare? Perché mai fuggire
e non stare alle regole del gioco
pur sapendo che ci può far gioire,
sebbene si consumi poco a poco?
Dunque perché mai non ti lasci andare?
Che aspetti mai ad amare e farti amare?

IV
Le narici si allargano all’aroma
e il fiume dal mare in bagnati abbracci
è accolto, il frutto ogni palato doma,
la terra stringe il seme tra i suoi lacci;
Bellezza, similmente con la chioma
e gli occhi e le parole, con i baci
e le carezze e tutto il tuo candore,
tu, bellezza, così mi apristi il cuore.

V
Limpida era la sera, e il fresco vento
lietamente ad andare mi invitava
verso quella che ogni mio lamento
in gioco e dolce riso trasformava;
così, facendo spento ogni tormento,
poi il nostro tempo lieto se ne andava,
e i sospiri più si facevan corti
più noi ci stringevamo assieme forti.

VI
Se tu solo ascoltassi questi versi
che s’infrangono addosso gli assordanti
tuoi silenzi, noi non più sommersi
dai dubbi un modo per andare avanti
assieme troveremmo, e non più persi
nel mare dei problemi, in pochi istanti
la riva a noi sarebbe più vicina
e ogni dilemma sabbia al vento fina.

VII
Con una mano stretto a te mi tieni
e mi sussurri “resta con me ancora”,
ma con l’altra mi blocchi e poi mi freni
e mi domandi: “che ci fai qui ancora?”;
E prima te ne vai, ma poi rivieni
per dieci, cento e mille volte ancora;
mi molli e mi riprendi e mai è finita
questa triste storia trita e ritrita.

VIII
E mi pare davvero strano il sole
da quando non le stringo più la mano
ed il suo cuore più non sa che vuole;
e quello splende lì, freddo e lontano,
e più brilla e il petto più mi duole:
perché sembra uno scherzo crudo e vano
mostrarmi il mondo così dolce e chiaro
ma sentir dentro solo un buio amaro.

IX
Sedevo calmo nel giardino al sole
un dì di marzo, quando per il cielo
splendeva fresco un buon odor di viole
e mi dispiaceva anche un solo stelo
raccogliere dal prato. Più mi duole
vedere adesso il nulla dove il velo
purpureo prima stava, e con tristezza
ricordare la vita e la bellezza.

X
Possiate voi tenere aperti i vostri
cuori quando il dolore si presenta
e dirgli: “grazie”, affinché vi mostri
che se le nuvole nel cielo spenta
la luce fan sembrare agli occhi nostri,
non c’è da disperare se si assenta,
ma ricordare che di dietro a quelle
sempre c’è il sole e la luna e le stelle.

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Lorenzo

«Il mio canto è un sentimento / che dal giorno affaticato / le notturne ore stancò: / e domandava la vita.» (C. Rebora)

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