ArticoliFilosofia

Lo sguardo che conosce è sguardo che riconosce

Alvise Gasparini

Fa freddo, è un mondo freddo. Lo si avverte più di qualche volta al giorno, se ponessimo ancora più attenzione coglieremmo molti più istanti di questo genere. Camminare per strada sembrerebbe un’azione da isolare dalle attività sociali, dal vivere insieme agli altri, eppure già da quel nostro uscire di casa, proporci al mondo, troviamo milioni di porte chiuse. Non una parola, non uno sguardo, non un singolo cenno? No, tutto il contrario. V’è abbondanza di riflettori su di noi, diventiamo per forza protagonisti, senza volerlo, senza ricevere meriti o darci la possibilità di esibirci essendo noi stessi. Siamo subito soggetti a sguardi volti a scrutarci l’anima, aspettando un nostro passo falso, un qualcosa fuori dalle righe per poi poter formulare quel necessario giudizio di cui sono tutti così innamorati.

Usciamo di casa, magari con idee innovative, desiderosi di cambiare il mondo e già incontriamo la prima persona. L’imbarazzo e le regole della vita la salvano da ogni eventualità, da ogni possibilità in grado di violarla e riuscirà dunque ad evitarci, a camminare a quella giusta distanza da noi. L’obiettivo della prima persona che incontriamo al mondo è quello di non farci pensare male, la giusta distanza lo dimostra e le dà quella sicurezza di cui ha bisogno, tanto da non evitarci del tutto per non apparire sospettosa e asociale, ma nemmeno da arrivare ad esserci così vicina da sentire il nostro odore, il nostro respiro. Quello mai!

Come ci si avvicina a tutte quelle figure che credono di dover recitare quel copione distaccato per tutta la vita? Saliamo sul primo autobus che passa, il quale trasporta una quantità casuale di persone che saranno il nostro destino di quel giorno, un destino che poteva essere rappresentato dalle persone dell’autobus precedente, se ci fossimo mossi prima, o dell’autobus dopo, se avessimo perso quello su cui stiamo salendo ora. Siamo consegnati a questa moltitudine di volti che ammirano tutti i nuovi arrivi in quel micro-mondo, tutti sono importanti, protagonisti per qualche secondo, durante la salita. Ebbene siamo immersi in questo traffico di sguardi, un incrocio di strade ben ordinato e che ammette pochi incidenti, più preciso delle piste ciclabili di Amsterdam. Nessun incidente, dunque, un fluire degli sguardi che non intende violare eccessivamente nessuno, razionalizzando al meglio le occhiate, ma nonostante ciò insufficiente, inaccettabile da noi che li subiamo tutti assieme, sprigionando le domande e i timori. Ognuno di quei volti ha posto un giudizio su di noi in pochissimi secondi e ora per loro siamo solo quello, aprendo ad un clima teso, ansioso, nel quale un colpo di tosse non può che peggiorare le cose, umiliarci ancor di più.

Pare estremo e assolutamente esagerato per un normale viaggio in un mezzo pubblico, che non dovrebbe richiedere tutto questo pensiero, eppure sento di essere condannato a tutto ciò; non tanto per la situazione ma per la presenza umana. “La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto” diceva Charles Bukowski e improvvisamente sentiamo di dargli ragione.

Nello spettacolo, a tratti macabro, vediamo comunque uno spiraglio. Vediamo che le cose non vanno tutte in un senso, non c’è quell’unilateralità in cui tanto crediamo. Nel mezzo di una tempesta ci rendiamo conto che prima o poi finirà o che comunque ci verrà concessa una tregua; scorgeremo uno sguardo diverso in quell’oceano sconfinato, in quel pubblico omogeneo. Credo che la sensazione sia comune, anche se gli occhi e il contesto saranno diversi per tutti. Eppure ci sarà quello sguardo urlante, predicatore di tutto il contrario di quel che cercano di far valere gli occhi altrui. Ci saranno degli occhi che sapranno guardarci, sarà un modo unico, capace di toccare l’anima, quasi come se l’esplorazione della nostra interiorità, del nostro essere più profondo, sia concesso ad un solo esploratore meritevole in quel momento così freddo e solitario.

L’incrocio di due sguardi sa essere una forma di dialogo muto, ma pur sempre espressivo, che non ha bisogno di un linguaggio logico ad accompagnarlo. Per una volta non abbiamo bisogno di parole, in un mondo in cui tutto va spiegato, in cui la gente non ride per una barzelletta, pretendendo la spiegazione, facendone scemare il senso e il significato più profondo. In un mondo in cui il linguaggio sta superando il pensiero, cercando di seminare quel compagno fondamentale da cui si origina, il linguaggio ci sta schiavizzando; ci fa dire quel che esso vuol dire e quasi ci nega il godimento del momento presente, il posarsi di uno sguardo che segue, appunto, tutt’altra logica.

Credo che sia questo il punto di svolta e, proprio senza pretesa, senza aver cercato di modificare nulla della realtà, nella nostra umile ricerca del bene l’abbiamo trovato, o meglio il bene ha trovato noi. Il collegamento tra due pensieri mediante due semplici componenti, quali gli occhi di cui siamo dotati e che diamo ormai per scontati, è una comunicazione nuova che riscrive completamente la storia dell’umanità. Guardo e so, guardo e ho capito; nell’oggetto del mio guardare ci sono io che guardo me stesso, che decido di prendermi un momento di sincerità per riconoscere qualcuno senza progetti o domande di troppo. Paradossalmente, in quell’istante, in noi, ci sono tutte le domande del mondo, tutte le questioni irrisolte, che ci hanno portati lì; accettiamo che un’onda inevitabilmente si porti via quel lembo di sabbia che verrà modificata da quel movimento acqueo.

Propongo una filosofia, una complessa struttura di pensieri, di fantasia composta, e con una semplicità immane faccio tabula rasa di tutto ciò che, invece, aveva richiesto fatica ed impegno. Come nella tradizione dei “Mandala di sabbia” nel buddhismo tibetano, dopo l’impegno e la lavorazione dell’opera, si giunge alla cerimonia finale che consiste nella cancellazione dell’opera stessa, del lavoro compiuto, il tutto volto ad evidenziare l’impermanenza di tutte le cose.

Se ne sta per andare anche quel meraviglioso sguardo che, per sua natura, per essere davvero così unico e dotato di quella serenità di un tocco di corda di violino, deve necessariamente ridursi ad un lasso di tempo determinato. Attraverso tale effimera connessione si viene a creare una relazione dialogica in cui due coscienze, se veramente intenzionate a guardarsi nella maniera più sincera, stabiliranno un equilibrio tra domanda e offerta, annullandole. Chiedendo a gran voce d’esser guardati, in contemporanea con l’altro, le due forze si annullano e diventano leggere; s’incontrano e arrivano al solo scrutarsi dentro. Superiorità, insicurezza, accondiscendenza sfumano e la bilancia vitale non pende più da nessuno dei due lati; si instaura una dipendenza data dall’esserci di entrambe le coscienze, che comunque hanno rinunciato a far valere in maniera autoritaria ciò che sono, ponendosi in maniera uguale e complementare all’altro. La misura viene data secondo un contributo eguale delle due componenti, servo e padrone provano l’esperienza di invertirsi i ruoli e riscoprirsi qualcosa d’altro, senza togliere completamente loro stessi, in un rapporto che comunque presenta una sottile interdipendenza, come possiamo leggere nel La Fenomenologia dello Spirito di Hegel.

Ma siamo ancora lì, fermi in quel brevissimo istante dato dall’incontro di sguardi, all’interno del quale si cela tutto questo universo: ci si è intesi, nessuno si piega, nessuno dei due vuole che quel momento arrivi alla sua naturale conclusione perché forse, per la prima volta nella nostra vita, stiamo comunicando. Abbiamo incontrato ciò che è altro da noi e siamo riusciti a riconoscerlo, ad andare oltre al senso di estraneità che caratterizza il nostro metodo d’indagine del mondo, esperendo sempre più cose e persone, ma senza riconoscerle veramente.

Cosa vuol dire riconoscere qualcuno? Incontriamo un amico e lo riconosciamo, lo abbiamo ben presente fisicamente. Riconosciamo un nostro familiare, riconosciamo ciò che già abbiamo conosciuto, no? Credo che della maggior parte di ciò che si conosce non si arrivi a compiere il passaggio successivo, quello che va oltre la semplice conoscenza. Pensiamo che sia sufficiente, che il mondo non debba richiedere altro da noi, solo un singolo passaggio, un primo ed ultimo compito. Siamo un popolo di grandissimi conoscitori o probabilmente il termine giusto sarebbe “superficiali”.

Mi piace pensare che ciò che è bello, ciò che veramente consideriamo e da cui non vorremmo distogliere lo sguardo, meriti d’essere guardato una seconda volta. Non intendo uno sguardo continuo, una successione ansiosa ed invadente di osservazioni, bensì un secondo sguardo, un ri-sguardo, che ri-conosca ciò che già una volta si è conosciuto. Questo secondo sguardo non deve pretendere, non dev’essere artificioso o forzato, deve seguire una spontaneità che è propria dell’amore che non dubita, della sicurezza del primo ed unico sguardo. Dunque, a questo punto tale secondo sguardo si riscopre essere proprio del primo, si riscopre essere essenzialmente il primo ed unico capace di riconoscere immediatamente, ovverosia senza una mediazione, senza alcuna sorta di esitazione e progettualità.

“Mi comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri” scrive Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus e, in un qualche modo, potrebbe essere sulla stessa linea del riconoscimento di cui vi sto parlando. Riconoscere o conoscere, come se avessimo già conosciuto in precedenza, senza mediazioni, senza alcuna processualità. Mi viene da pensarla come una sorta di reminiscenza wittgensteiniana da legare essenzialmente alla reminiscenza che propone Platone. Si noti che di risposte questo testo non ne dà; dunque non vi dirò se credo nell’anima o meno, non me la sentirei di azzardare una simile proposizione mediante il linguaggio, nominando. Non v’è bisogno di nomi, né di concetti, come lo possono essere la reminiscenza platonica tanto studiata – spesso mnemonicamente – a scuola. Non ci sono nomi, oggetti, persone, risposte. Vi è solo una sensazione, un senso celato delle cose nelle cose del mondo. La conoscenza già conosciuta, da sempre conosciuta nell’essere sconosciuta a se stessa, secondo il procedimento epistemologico tipicamente umano. Proviamo a non parlare di umanità da umani, per una volta.

È lo sguardo della madre nei confronti del figlio appena nato, un primo sguardo assolutamente inspiegabile nel profondo dalla scienza; sguardo che, subito, lega due coscienze in modo quasi indissolubile, un sottile filo di un materiale impossibile da falsificare. La prima volta che una madre vede suo figlio non ha bisogno di prendersi un momento per imparare a conoscerlo, è come se fosse stata in contatto con il figlio da sempre; già da quando ha iniziato a svilupparsi durante la gravidanza è nato qualcosa, ha già ricevuto amore da chi apparentemente non lo conosceva nemmeno. Era uno sconosciuto, quasi uno straniero, secondo una prospettiva più ingenua. Uno straniero di cui non si sa il nome, non si conosce nulla, eppure si incomincia già ad amarlo e la madre lo fa incondizionatamente. Lo sguardo della madre è amorevole e pronto a dare, senza apparentemente ricevere nulla dall’atteggiamento di dipendenza del figlio, lo riconosce e gli attribuisce un nome.

Rating: 5.0/5. From 4 votes.
Please wait...
Tags
Mostra di più

One Comment

  1. @beatrice

    Rating: 5.0/5. From 1 vote.
    Please wait...

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Adblock rilevato

Per favore supportaci disattivando il tuo blocco di annunci