Racconto Breve

La voce

Martina Sorci

Piccola ragazzina, io lo so che hai bisogno di me per spezzare gli ultimi fili che ti tengono prigioniera. Dicono di te che sei malata, che devi mangiare per guarire, ma sbagliano. Tu non devi stare a sentirli, tu devi solo chiudere gli occhi e ascoltarmi. Io sono la voce, eco della tua, l’unica che sa come cullarti. Io sono una parte della tua anima, quella che sa come fare per raggiungere la perfezione a cui ambisci. Non pensare a nulla se non al controllo che ti posso offrire: la chiave della libertà. Perdere il controllo per controllare, questa è la regola. La meta è vicina, devi solo ascoltare la mia voce nella tua testa, ascoltarla sempre e comunque. Io sono la sola amica che hai e tu sei sotto la mia protezione e devi fare quello che ti dico.

Obbedire. La sola cosa che devi fare è obbedire. Sangue e saliva. Obbedire. Niente e nessuno. Solo quel sapore salato, solo quel rantolare tiepido. La perfezione è un miraggio. Obbedire. Deviazione. Un deserto di immagini. Un lampo, in lontananza. La senti questa voce? Senti lo scoppiettio di denti? Questa voce ti conosce, sa quello che è meglio per te. Resta sveglia e nella notte guardati. Guardami. Io sono te, ma una te migliore. Imitami.

 Carla di notte fissava il muro della sua stanza. Sua mamma da piccola l’aveva messa in punizione per una settimana perché aveva appiccicato delle stelline fluorescenti sulle pareti. Nessuno, però, aveva mai più avuto il tempo di staccarle e così, dopo dieci anni, erano ancora lì come guerrieri pronti a proteggerla. Galassie, pianeti, stelle cadenti la osservavano. L’infinito in una stanza, il tutto nel niente. Carla fissava il muro: i suoi grandi occhi cristallo aperti come le pesanti finestre di un’antica villa prepalladiana. La voce nella sua testa era forte, talmente insistente da assomigliare alle grida di un pescivendolo al mercato, ma Carla non la percepiva come dissonante e, al contrario, sorrideva persa in un fragile pulsare.

Lei non sentiva le tempie stridere. Sorrideva e basta fissando quelle pareti ruvide. Lei aveva me, lei era davvero fortunata perché, grazie a me, poteva diventare perfetta: farsi polvere leggera, sciogliersi nel magma del giorno. Doveva solo obbedirmi e, nel sonno senza sogno, sorridere.

Carla passava le notti così, come una bambola abbandonata sulla mensola di una camera. Tutte le mattine, poi, si alzava e trascinava le gambe stanche, ma vittoriose fuori dal letto per andare a scuola. Per strada la guardavano tutti, ogni occhio era una lacrima e un rimorso. La bambola si muoveva a passo lento e meccanico fra questi sguardi e non sentiva nulla: tutto era gesso, tutto era insensibile al freddo e alla paura. I suoi genitori non sapevano più cosa fare e, nella loro instancabile forza, provavano a resistere, a combattere ogni giorno. Ma la bambola ormai era diventata sorda, le orecchie le erano state strappate via, frantumate in modo irreparabile. Una marionetta capace di sentire solo se stessa e, quindi, anche me. Ricordo ancora quel primo incontro davanti allo specchio, fu amore a prima vista, il nostro. Un legame unico. Ogni mattina ci rincontriamo sempre come quella prima mattina di febbraio. Lo specchio sigilla la nostra unione. Lei sempre più simile a me, io sempre più fiera di lei. Quanto inseguite voi uomini la perfezione, avanzate come formiche inutilmente! Anime tristi, soltanto io custodisco le chiavi dell’eterna bellezza. Io, sola, posso darvi quel sollievo. L’infinito nel tutto, il tutto nel nulla. Ancora un incontro, ancora un riflesso e Carla ed io saremo luce. Specchio: vetro ed ossa. Specchio: frammenti di cuore. Ancora un sospiro, ancora uno sforzo e Carla ed io saremo libere. Leggere, leggera. Una brezza d’estate, un tepore soffuso, un silenzio notturno. Io nella quiete opero, nella quiete senza occhi, trasformo, plasmo. Carla non ha paura. Carla si fida di me.

Obbedire. La sola cosa che devi fare è obbedire. Ruggine e amuchina. Obbedire. Sempre e comunque. Solo quel retrogusto acido, solo quel dolore argento. La perfezione è vicina. Silenziosa. Nuvole alla ricerca del sole. Nuvole Bianche come mani di bimba. Ti chiamano, ora. La senti la loro voce, senti come cantano il tuo nome? Loro ti conoscono, loro sono fatte di te, loro sanno di te. Ora puoi dormire e nel sonno senza sogno vaga. Vola. Cercami. Io ti aspetterò. Io sono te e tu, oramai, sei me.

Fissando il muro Carla chiude gli occhi. Uno strato di brina ricopre i pupazzi della stanza, l’aria si fa aspra. Galassie, pianeti, stelle cadenti la osservano come tutte le sere, come tutte le notti. Immobilizzati e lontani altro non possono fare se non piangere lacrime fluorescenti. Così il tempo si risolve, così il morente che è in noi sopraggiunge e, come un ladro, sequestra il nostro respiro. L’infinito in una stanza, il tutto nel niente.

Rating: 4.8/5. From 5 votes.
Please wait...
Tags
Mostra di più

Martina Sorci

Amo follemente la letteratura, la fotografia, l'arte. Scrivo poesie e racconti da sempre per esigenza e passione, leggo davvero tanto e mi piace girare e scoprire il mondo e tutte le sue curiosità nascoste. Ho una laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali e una laurea triennale in Lettere Moderne.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Adblock rilevato

Per favore supportaci disattivando il tuo blocco di annunci