Racconto Breve

Squali e Delfini

Mattia Deidonè

L’oceano era casa sua. Libero era cresciuto in un villino a due passi da Bronte Beach e suo cugino Joe l’aveva educato a vela e surf. Da quelle parti le onde erano abbastanza forti, di certo non consigliabili per un bambino di dieci anni alle prime armi. Ma Libero nell’acqua si sentiva al sicuro, e non solo perché aveva le braccia forti di Joe a cui aggrapparsi. Madre di Sydney e padre di Rimini: il mare ce l’aveva nel sangue. Aveva visto molte volte i guardaspiaggia salvare qualche bagnante che si era lasciato sopraffare dalla Bronte Express, la subdola corrente tipica di quella spiaggia. Ma Libero non si faceva impressionare molto facilmente, anzi guardava con sguardo commiserevole i grandi temerari della domenica che, per non affrontare la corrente, se ne stavano tranquillamente a mollo nella piscina d’acqua salata costruita alla fine della spiaggia, circondata da aree picnic, bar e tutto quanto potesse essere contrario alla vera natura di quel posto.

Anche se si sentiva australiano al cento per cento, essendo nato e cresciuto a Sydney, finito il liceo aveva voluto conoscere l’altra metà delle sue origini e se n’era andato a Milano a studiare Marketing e Comunicazione d’Impresa. Era stato uno strazio. Non tanto per l’atteggiamento delle persone, il tempo cupo o la mancanza di spazi verdi in cui respirare aria vera. Il suo problema era stato abituarsi a non sentire il profumo dell’acqua salata ogni volta che usciva di casa. Poteva fare a meno dello sciabordio delle onde nel silenzio della notte, e anche non vederlo, il mare, ma l’odore di salsedine era per lui come una droga e dopo una settimana in cui non lo percepiva era già andato in astinenza. Per questo quando poteva si spostava sulla costa ligure o toscana, o dai nonni in Romagna, per poter tornare nel suo ambiente naturale. Si era sempre immaginato come un delfino che lontano dall’acqua lentamente si disidrata e si spegne, ma una volta rimesso a contatto col mare riprende vita, mentre la pelle ritorna lucida e gli occhi riacquistano la loro scintilla. La stessa cosa doveva succedere anche a lui.

Terminata quell’esperienza in Italia, Libero non aveva più voluto separarsi dal mare. Aveva compiuto trent’anni ed era il delfino di un importante direttore d’azienda, uno squalo dell’alta finanza, ma non aveva mai perso il fanciullino che era in lui. Quel martedì di giugno stava facendo un’escursione sulle spiagge settentrionali della baia di Sydney. Aveva avuto la fortuna di trovare tre amici che avevano la sua stessa passione per la vita all’aria aperta e non si tiravano mai indietro se c’era da visitare qualche nuovo spazio selvaggio. Ormai in zona era rimasto poco che i quattro non avessero ancora esplorato, ma quello che amava della natura era proprio il suo mutamento continuo e la sua capacità di sorprenderti ogni volta. «È solo l’uomo che ha paura dei cambiamenti e tenta di legare cose e persone affinché rimangano uguali per sempre», ripeteva spesso.

Per pranzo si erano fermati a Manly, centro troppo turistico per i loro gusti, anche se le occasioni per mangiare bene lì non mancavano di certo. Ma la spiaggia più frequentata dai cittadini di Sydney, dopo Bondi, era troppo “commerciale” per loro. Volevano qualcosa di più intimo. E lo trovarono a Collins Beach, a venti minuti di camminata più a sud. Non era la classica spiaggia per famiglie, lunghissima e stretta con centinaia di persone che si ammassano l’una attaccata all’altra per rimanere sdraiati a prendere la tintarella. Collins Beach si trova in un’insenatura, circondata da terra incontaminata in cui le rocce e l’ingombrante vegetazione servono da scudo per il resto della civiltà. A dire il vero la presenza degli yacht dei visitatori di Manly parcheggiati poco al largo sembrava un controsenso, ma a vederli così impotenti, silenziosi e dondolanti mentre seguivano il ritmo delle onde sembrava che anche loro fossero entrati a far parte della natura della baia. Poco distante c’è un piccolo promontorio, Jump Rock, da cui i giovani si tuffano per dimostrare il loro coraggio. Una sorta di “Game of Chicken” australiano, in cui i novelli James Dean si lanciano pregando di evitare le rocce ai piedi del promontorio. Le autorità avevano installato delle ringhiere per porre fine a quelle pericolose abitudini, ma non era servito a molto. E Libero e i suoi amici, quando erano da quelle parti, non si lasciavano mai sfuggire l’occasione di provare un tuffo da sei metri d’altezza.

Così Libero si lanciò. Mentre stava precipitando nell’oceano, pensò per un nanosecondo alla possibilità che quell’abbuffata di libertà potesse essere l’ultima sensazione della sua vita. Non gli era mai successo prima, non aveva mai considerato che il suo continuo susseguirsi di emozioni forti potesse giungere a un termine, ma quella volta la sua mente si offuscò proprio nel momento più bello. Poi l’impatto con l’acqua, fragoroso e grandioso come sempre, la caduta verso il fondo come un tutt’uno con il mare, e la riemersione da vincitore alla luce del sole. Quei brutti pensieri erano già spariti, ma ora c’era qualcos’altro di strano. Nell’acqua aveva percepito una strana energia, la presenza di qualche misteriosa forza attrattiva. Quando tornò a galla, i suoi amici si stavano sbracciando in maniera insolita. In un primo momento non capì cosa stessero dicendo perché le loro parole erano coperte dal suo respiro affannoso, ma poi, una volta che si fu calmato, capì chiaramente le loro urla: «Shark, shark!»

Libero guardò d’istinto dietro di sé ma non avvistò nulla, si immerse e allora sì, lo vide: un enorme squalo bianco che si avvicinava a lui. Gli sfrecciò accanto, poté sentire lo spostamento d’acqua provocato dal movimento della sua coda, ma l’animale non sembrava essersi nemmeno accorto di lui. O forse non gli dava la minima importanza.

Al contrario della maggioranza delle persone, a Libero lo squalo bianco era sempre piaciuto. Di più, lo stimava. Era il padrone assoluto degli oceani e tutti gli altri animali lo temevano, era lo spauracchio persino dell’uomo che si credeva l’essere numero uno della Terra. Rappresentava, ai suoi occhi, la rivincita della natura sull’umanità, il suo monito per farci capire che possiamo anche aver raggiunto il culmine dell’innovazione tecnologica nella nostra breve storia, ma in una lotta corpo a corpo senza altri trucchi la natura selvaggia ha ancora la meglio su di noi, non siamo ancora riusciti a sottometterla. Strano da dirsi per un ragazzo australiano, ma fino ad allora non aveva mai visto uno squalo dal vivo. Nemmeno in un acquario perché si era sempre rifiutato di andare a vedere dei pesci costretti in una gabbia per il piacere di qualche bambino viziato.

E ora era lì, a pochi passi dal Signore dei Mari. Iniziò a nuotare verso riva, ma non sapeva bene nemmeno lui cosa stesse facendo. I suoi amici continuavano a gridare spaventati e lui non li sentiva. Il suo corpo era mosso dallo spirito di sopravvivenza, mentre la sua mente era attratta dallo squalo, sedotta dall’energia che la sua sola presenza propagava nell’acqua. A un certo punto si immerse nuovamente. Non aveva più visto lo squalo, ma sapeva benissimo che era ancora nelle vicinanze. Anzi, era vicinissimo a lui, lo percepiva chiaramente. Se avesse voluto attaccarlo, la sua nuotata disperata verso riva sarebbe stata inutile, una battaglia ad armi impari. Se doveva morire, voleva almeno guardarlo un’ultima volta e non finire la sua vita scappando. Si immerse e, dopo aver guardato qualche secondo intorno a sé, lo vide arrivare dalla sua destra. Era bellissimo. Non poteva non essere terrorizzato dai denti triangolari che sporgevano dalla sua bocca e che presto l’avrebbero probabilmente azzannato, ma il suo sguardo lo immobilizzò. Non era lo sguardo assassino di un predatore, era regale e orgoglioso. Lo squalo si stava dirigendo velocemente contro di lui e per un attimo Libero smise di vivere. Ogni volta che racconta quell’esperienza ripete che il suo cuore si fermò e che sentì che tutti i suoi organi si erano letteralmente bloccati. All’ultimo momento lo squalo cambiò direzione e passò sotto i piedi di Libero, e questa volta lo sfiorò veramente. Il ragazzo si voltò per vederlo andarsene un’ultima volta e ammirare quella combinazione di eleganza e potenza che si inoltrava verso il profondo oceano. Sapeva che non sarebbe tornato, l’aveva graziato. Riemerse in superficie e nuotò tranquillamente verso la riva, mentre i suoi amici si stavano contorcendo disperati perché non vedevano più lo squalo e Libero stava nuotando con un’andatura così flemmatica da farlo apparire ai loro occhi come un pazzo irritante. Corsero giù dalla scogliera per andargli incontro e lo trovarono immerso in uno stato estasiato, come se avesse appena avuto un’illuminazione.

Il mattino dopo, prima di andare al lavoro, Libero si fermò a fare colazione in un bar vicino a casa. Sfogliò di sfuggita il giornale e trovò una notizia che lo fece sorridere. Il giorno prima era stata fermata una banda di pescatori di frodo che tentava di catturare squali al largo di Sydney. Le autorità australiane erano intervenute appena in tempo per liberare uno squalo bianco di cinque metri che i pescatori stavano per uccidere. Libero sapeva che era lo stesso squalo che aveva incontrato il giorno prima.

In fondo erano uguali. Amavano tutti e due la libertà e cercavano tutti e due di tenersela stretta.

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