Racconto Breve

Silenzioso come i raggi del sole

Martina Sorci

È una giornata di sole, ma qui, in collina, fa fresco. Il vento è soffice, i grilli saltano e le farfalle danzano senza timore, nell’aria limpida e pulita. I raggi colpiscono il mio corpo, trafiggendolo di calore, sono gocce di rugiada e brillano. Vorrei tanto afferrarle, stringerle a me così forte da non lasciarle scappare via, mai più.
Una bambina di nome Emma mi saluta muovendo velocemente la manina grassottella:

«Ciao Mario!» grida al vento con il suo sorriso sdentato.

Non rispondo, ma le sorrido con gli occhi, a mia volta. Mancano ancora alcuni minuti all’ora di colazione e un gruppo di giovani si avvicina a me. Resteranno qui, al villaggio, per due settimane, così per lo meno hanno detto a mia madre ieri sera. Sono così belli e abbronzati! Si siedono sull’erba ancora bagnata e incominciano a raccontarmi di loro e della loro vita soffiando tante parole, prima timidi e leggeri, poi più pesanti e fiduciosi.

«Come stai?» mi chiedono, e il mio cuore si riempie di frasi, di pensieri, come una valigia pronta a scoppiare.

Bene, credo. Credo che, dopo tutto, non dovrei stare male. È che ho così tante emozioni da raccontare: vorrei urlarle al cielo, soffiarle via dal mio corpo, come i semi di un dente di leone, e piantarle nella vostra mente, terreno fertile per crescere. Penso così tante cose, ultimamente. A me e al mio corpo. Credi che si possa chiamare corpo questo ammasso di carne, ossa e saliva calda?
Sono stato scelto, mi hanno donato questa vita, una vita di pensieri silenziosi, una vita di grida senza parole. Non ce l’ho con Lui, ma con voi che vedete il corpo nelle parole e non nell’essere stesso. Perché dovrei avercela con Dio? Ognuno di noi ha il suo destino, ed il mio è solo un po’ diverso da quello degli altri. Non comprendo, al contrario, chi crede che il corpo sia movimento. Costretto su una sedia, negate l’unica cosa che sono e che ci accomuna. Io sono corpo, esattamente come voi.
Disprezzo coloro che, passandomi accanto, mi ignorano. Tutti loro feriscono terribilmente in profondità il mio cuore. Evitando il mio sguardo, i miei occhi ancora vivi, evitano anche il mio essere esistenza. Preferisco di gran lunga chi compatisce la mia pelle paralizzata con lacrime e pianto silenzioso. Con un velo di sofferenza coprite il mio corpo non funzionante o, come mi piace pensare, diversamente funzionante. Mi chiamate “diversamente abile”, ma cosa vi fa pensare che questo per me sia un difetto? Che cosa vi fa pensare che preferisca la morte alla vita?
Io amo la vita, amo mia madre che mi cura ogni secondo della sua esistenza e che sa nascondere quel soffio di tristezza così bene da non farmi sentire in colpa. Anche io porto una maschera, ma non sono bravo quanto lei. Io non riesco a nascondere così bene il senso di vuoto: ho sempre paura che la gente accanto a me, fissando i miei occhi, riesca a percepire quello che sento. Io, d’altra parte, riesco a farlo.
Oggi, per esempio, questo ragazzo con l’accento spagnolo è teso e spaventato, ma reprime i suoi sentimenti con una maschera più grande di lui. Probabilmente il peso è talmente opprimente che, fra un po’, si allontanerà per piangere in silenzio, da solo, di nascosto da tutti. Chiamerà sua madre e la pregherà di non farlo vivere se, in futuro, dovesse diventare come me. Senza parole e movimento la gente non crede che si possa vivere. Mi viene da ridere e lo farei, se solo potessi. E, invece, io sono qui, inchiodato su una carrozzina a causa di un trauma di parto, non riesco neanche a muovere la testa, non posso parlare e dal mio corpo escono, solo, suoni confusi.
Soffro di scatti epilettici, quindi, non posso avere una lavagnetta digitale che parla per me, ma è mia madre a dover interpretare quello che i miei occhi scrivono su questa tavoletta, la mia corona di spine. Eppure, io, mi sento vivo e, soprattutto, so di esserlo.
Per quanto la mia sedia sia anche la mia croce, io so di essere un dono proprio perché non ho paura di affrontare la vita così, in questa situazione, costretto ad un punto di vista riabbassato.
Credo di essere d’accordo con Cartesio che diceva penso, dunque sono. Tu, corpo troppo soffocato e rimpinzato di parole, prova a sederti qui, vicino a me, ma rimani in silenzio come i raggi del sole.
Prova ad ascoltare il mio corpo morto, ma pieno di vita e di pensieri. Non ci riesci, lo so. Voi avete bisogno di comunicare ed io non posso farlo. Forse per voi corpo è possibilità di comunicazione, corpo è parole, ma per me corpo può essere solo pensieri e lacrime, lacrime salate e dolci insieme, che mi ricordano la mia vocazione.
Così, in questa mattina di fine luglio, costretto nel mio corpo di fango ed ossa, prigione e rifugio della mia anima, muovo gli occhi in fretta, prima a destra e poi a sinistra. Aspettano una risposta e, ormai, ho indugiato troppo. Bloccato nella mia morbida prigione, non posso rivelare al mondo la mia profondità. Preferisco restare per loro quel corpo morto che si ostinano a chiamare “vegetale”.

«Bene» legge mia madre ai giovani radunati qui intorno.

Si è aggiunta anche la piccola Emma che, dopo essersi arrampicata su di me, ha trovato in quel corpo tanto discusso una comoda poltrona.
I bambini parlano ancora il linguaggio del silenzio e non hanno pietà né paura di me, per questo mi sorridono senza maschere.

 

Nota al lettore: il personaggio, l’uomo, di cui ho scritto esiste veramente. L’ho incontrato, ormai tanti anni fa, al Villaggio senza Barriere vicino a Tolè. Alla domanda «come vedi la tua situazione?», Mario ha veramente risposto «vedo la mia situazione come una vocazione».
Queste parole mi hanno colpito nel profondo e così ho deciso di raccontare la sua storia.

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Martina Sorci

Amo follemente la letteratura, la fotografia, l'arte. Scrivo poesie e racconti da sempre per esigenza e passione, leggo davvero tanto e mi piace girare e scoprire il mondo e tutte le sue curiosità nascoste. Ho una laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali e una laurea triennale in Lettere Moderne.

One Comment

  1. Mi sono dimenticata ieri sera di dirti che avevo letto questo racconto e che mi era piaciuto moltissimo.

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