Racconto Breve

La bellezza

Leonardo Scapin

Era il giorno del funerale, il giorno in cui i morti diventano fantasmi e i vivi rincorrono anime perdute alla ricerca di ricordi che mai dimenticheranno. Era il giorno del funerale, anche se la morte l’aveva accolto prima, molto prima, in un’era indefinita, in un orizzonte all’apparenza distante, ma vicinissimo. Perché, in fondo, si muore anche da vivi. E si vive anche da morti. Questo Antonio lo sapeva bene. Eppure non si capacitava della morte di Flavio: una morte cercata, voluta, premeditata fino al limite. Sembrava sereno. Oppure no? Quell’amico con cui era cresciuto e che improvvisamente s’era levato dal mondo, via! Sparito. Dal giorno alla notte, cazzo. E lui lì, in mezzo a quella chiesa che sapeva di chiuso e vecchio, dentro ad una folla preoccupata soltanto dello scoop, del vociferare spasmodico, intenta a catturare le lacrime della madre, le occhiaie della cognata, la parola di troppo di qualche amico. Dicono che gli uomini abbiano bisogno di riti. Antonio non ne aveva nessuno. Non credeva ai riti, non credeva a Dio o a chi per lui. Credeva nelle brave persone, e tanto bastava. Ma in quella chiesa c’erano davvero delle brave persone? Quando s’ammazza uno, rintoccano sempre le solite cazzate dal pulpito più alto: brava persona, benvoluto, chi l’avrebbe pensato, gran lavoratore.
Nessuno che si interrogasse mai sul perché o il per come. La verità interessa sempre a pochi. I molti, preferiscono la “loro verità”. Il prete non conosceva nemmeno il defunto. Ne parlava in modo anonimo, come si parla d’un televisore o come si parla di Dio. In modo astratto quasi, come se Flavio non fosse mai esistito davvero ma ne fosse esistita solo l’idea. Sarebbe bello raccontare davvero, pensò Antonio: alzarsi e dire la verità, tutta la verità, nient’altro. E poi sparire da quel luogo sacro solo all’idea, ma profano nei toni, nei contenuti. Lì tutti cercavano soltanto qualche novità da promuovere al bar il giorno dopo. Come s’è ammazzato, ecco cosa interessava. Il prete era d’una noia mortale, l’omelia un condensato di luoghi comuni inutili. Antonio ripensò all’amico e se lo ritrovò davanti: i suoi occhi verdognoli gli facevano ricordare i prati in cui giocavano da ragazzi, i fiori di campo raccolti per Michela, la ragazza che amavano entrambi, e che avrebbero amato per tutta la vita. Ma che alla fine aveva scelto altro. Se fosse stato lui il prete, avrebbe detto poche cose, essenziali (essenziale com’era essenziale Flavio, nella sua radiosa semplicità): amava le camminate in montagna, fare il bagno al fiume d’estate, i vini rossi frizzantini e le canzoni d’amore anni ’70. Ecco. Roba semplice. Flavio era questo. L’amico di sempre che aveva deciso che la vita gli era troppo stretta e se n’era andato da qualche altra parte. Chissà dove. Sicuramente non era in quella chiesa (beato lui). Sarebbe bastato ritrovarlo in un soffio di vento o in un sorriso, nella bellezza di una donna o nel profumo di un campo pronto ad essere mietuto. Forse era quello, Dio. Poche cose, ma bellissime. E certo non era rito, inganno, propaganda e retorica.
Era solo vita. Era semplice, come Flavio. E tanto bastava.

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Leo Scap

"Per la scrittura io ho fatto tutto, mi sono ridotto persino a vivere." (Aldo Busi)

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