ArticoliLetteratura

Con me e con gli Alpini di PIero Jahier

Lorenzo Naturale

Il diario di Piero Jahier (1884-1966), per toni e contenuti, è un unicum nella letteratura della Prima Guerra Mondiale. Steso tra il marzo del 1916 e il luglio del 1917, poi pubblicato su «La Riviera ligure» il 1° gennaio 1918, l’opera si presenta «nella forma di un racconto-diario davvero sui generis, ove la disposizione cronologica alterna nei suoi capitoli prosa più lievemente narrativa e considerazione morale, bozzetto, asciutta prosa lirica e versificazione poetica».(1)
L’originalità dei tratti stilistici e contenutistici sono determinate dalla peculiarità del retroterra culturale dell’autore e dalle fondamentali esperienze della vita civile; Jahier, «uno dei pochi interventisti che abbia ampiamente affidato una giustificazione politica della guerra in chiave democratica alla mediazione letteraria», (2) non guardò alla guerra con ottica estetizzante, similmente ad altri intellettuali del tempo, come fecero un d’Annunzio o un Papini; no, in una prospettiva certamente originale tra le fila dell’interventismo democratico, Jahier vide nella guerra la possibilità di un’esperienza comunitaria, un’occasione di riscatto e incontro, oltre a un percorso di crescita esistenziale in quanto autentica prova di vita. Aspirazioni che l’autore esplicita chiaramente nella poesia-incipit Dichiarazione:

Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita.
Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno
che non sa perché va a morire
popolo che muore in guerra perché «mi vuol bene»
«per me» nei suoi sessanta uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire.(3)

Volontario in guerra, ma a una condizione: essere inquadrato negli Alpini. Il suo desiderio fu esaudito: il 27 febbraio 1916 Jahier partì per il fronte in qualità di sottotenente degli Alpini. «7° Alpini
– 2a Comp.ia distaccata a Cavareno presso Belluno. Sto bene, sono felice nel fango, nevi e fatiche.
Tra gli uomini della mia razza. Sono nel mio dovere, per questo sto bene. Se persevero a conquistare l’anima, la bellezza mi sarà regalata»,(4) scrisse qualche tempo dopo al suo amico Emilio Cecchi, rivelando così anche una celata ricerca di identità personale, che per l’appunto si indentifica nell’inquadramento nelle compagnie alpine. Un amore, quello per la montagna e la sua gente, da rintracciare nelle origini familiari: i Jahier, infatti, originari di Pramollo (TO), erano una delle più antiche famiglie valdesi, vantando inoltre diversi pastori e numerosi martiri per la fede; il padre, Pier Enrico, aveva venduto pascoli e bestie per venire a evangelizzare l’Italia. Una prova rispetto alla quale non si sentì all’altezza: il profondo rimorso per aver commesso adulterio nei confronti della moglie Giuseppina lo spinse al suicidio nel Cimitero degli Allori a Firenze nel 1897, lasciando il giovane Piero – all’epoca appena tredicenne – a badare a sua madre e ai cinque fratelli. Le vicende familiari e la profonda fede religiosa influirono cospicuamente sulla personalità dell’autore ed ebbero un certo rilievo nella scelta di entrare nel corpo degli Alpini, gente che meglio ne rispecchiava gli ideali: umiltà, purezza, rifiuto del compromesso, amore per la montagna, volontà pedagogica, etica del lavoro e del sacrificio, della fatica; tutti valori e ideali ben ritratti nel brano Etica del Montanaro, sebbene non manchino coloriture populistiche e paternalistiche. Nondimeno Jahier stesso si fece principale portavoce ed esempio concreto di questi valori, specialmente nel suo ruolo pedagogico di ufficiale, ruolo cardinale per la realizzazione delle istanze comunitarie, incarnando tali ideali nella sua persona ma soprattutto veicolandoli nei suoi gesti quotidiani mentre si trovava a contatto con la truppa. Emblematico quindi il breve ma fortemente espressivo componimento Giorni: «GIORNI / che la minima buona azione / vale la più bella poesia».(5) Un sincero spirito umanitario e pedagogico che trovò quindi un coronamento concreto, non confinando le istanze ideologiche su un mero piano retorico, concretizzandosi tanto nell’adempimento ai suoi doveri di ufficiale, tanto nell’incarico di direttore de «L’Astico. Giornale delle trincee» nel 1918, strumento di rinvigorimento morale dei soldati, tramite il quale Jahier tentò di destare uno spirito patriottico (specialmente tra la fanteria, prevalentemente di estrazione contadina) mediante l’appello ai valori della terra e della famiglia, motivando ideologicamente la truppa alla lotta, specie dopo la ripresa dell’esercito italiano dopo la sconfitta a Caporetto.
La montagna e le sue genti diventano quindi un vero e proprio mito religioso (e nostalgico) che nella visione di Jahier si contrappongono alla grigia società urbana degli operai e dei burocrati, industriale e meccanizzata, che agli occhi dell’autore rappresenta una vera e propria negazione della vita e della propria individualità, perché «Nella città tu fai sciopero per migliorare. / Ma la montagna è lei che ti migliora, se vuole».(6)
Ulteriore denuncia di una società omologante è il brano Scarpe, in cui si contrappone la scadente produzione di massa della patria alla secolare tradizione dell’artigiano: «La patria – che è tanto potente – avrà certo preparato scarpe migliori del loro ciabattino. Ma quelli che han confidato nella patria, si sono sbagliati; quelli che confidano nel ciabattino han fatto bene. […] Le scarpe che la patria ha dato – invece – son massa grame».(7) L’immagine delle scarpe sarà centrale per un’altra straordinaria testimonianza del conflitto (sotto certi aspetti vicina a quella di Jahier) da parte dell’alpino Paolo Monelli (1891-1984), che intitola il suo diario di memorie Le scarpe al sole. Cronache di gaie e tristi avventure di alpini, di muli e di vino (1921): per gli Alpini, “mettere le scarpe al sole” era espressione gergale – e quindi strettamente comunitaria – che significava “morire in combattimento”. Anche in questo caso il risentimento nei confronti della società capitalistica e della burocrazia è da rintracciare nella vicenda biografica: seguendo le orme del padre, Jahier si iscrisse dapprima alla facoltà di teologia valdese ma, prendendo atto che un tale percorso formativo lo stava allontanando dalla fede, si dimise e trovò impiego nelle ferrovie, dovendo guadagnare per sé e per la famiglia. Per Jahier il lavoro ferroviario fu un’esperienza tediante e le due lauree conseguite in Legge e poi in Lettere francesi non migliorarono la sua condizione economica, né quella morale. Dati i presupposti, l’esperienza della guerra, alla quale partecipò volontario (e ne era esonerato, in quanto impiegato ferroviario della Società Adriatica) si configurò «non come semplice “fuga da”, ma semmai “fuga per”, “fuga verso”» (8)
E proprio in guerra, in mezzo agli Alpini e le fatiche delle marce, delle intemperie della montagna e dei combattimenti, Jahier ebbe la possibilità di riscoprire i valori da lui tanto ammirati e soprattutto di presentarli a chi mai li conobbe, adempiendo ai doveri che le sue istanze pedagogiche dettavano. Emblematico quindi il brano Ritratto del soldato Luigi Somacal, presentato come «cretino dalla nascita e manovale fino alla chiamata»,(9) uomo (di città, per l’appunto) storpio e negato alle fatiche militari ma che, dopo un lungo percorso di crescita ed esercizio, guidato dall’amorevole attenzione fiduciosa e paterna del tenente-amico Jahier, riesce a redimersi e a diventare soldato efficiente, alpino e quindi uomo modello: «Certo, Somacal, soldato stronco, uomo zimbello, sei il mio amico. / Ho trovato vicino a te l’onore d’Italia. / Dico che è in basso l’onore d’Italia, Somacal Luigi».(10) Un percorso di crescita connotato da sincero interesse umano (e, talvolta, etnografico e linguistico, come nei brani Regioni e Dialetto) che è reciproco: Jahier è il tenente-amico che insegna ai soldati, ma il processo di apprendimento è bidirezionale, né la scala gerarchica è di impedimento alla comunione:

E chi sono io, superiore?
Questi saluti chi li ha meritati?
Ma la sera, giornata finita,
traversando i cortili annerati
son io che sto sull’attenti, rigido,
la mano alla tesa
tutti e ciascuno
per questa notte e questa vita
vi saluto, miei soldati.(11)

Un rapporto comunitario di prim’ordine quello con i suoi soldati, tanto sincero da trascendere le gerarchie militare e destare l’ostilità dei superiori (evidente nel brano Criticano), ma tuttavia non sufficiente a fiaccare la sua sincera adesione e vicinanza alla truppa, «popolo che di osteria fa scuola / popolo non guidato, sublime materia».(12) Tuttalpiù perché è precisamente in questa intima comunione con i suoi alpini che l’autore ritrova la vera espressione del concetto di patria, cioè il popolo, nelle sue genti, lingue e canzoni. Non a caso fin dal titolo il diario marca esplicitamente i duplici soggetti e protagonisti delle memorie: siamo in guerra con l’autore e i suoi commilitoni; Con me e con gli alpini, per l’appunto. Non senza che in Jahier si manifestino dubbi o angosce, dettate anche dai pericoli che la partecipazione al conflitto comunque comportava, per quanto connotato da istanze rigeneratrici, proprio perché «Muoiono i migliori, muoiono i soli che potessero approfittare».(13) Un legame tuttavia indissolubile, quello creatosi nel suo «microcosmo sociale del suo affezionato plotone alpino»(14) che neanche le partenze o la morte, per quanto sofferte, riescono a spezzare:

Dove sei, compagno caro,
se al paese non puoi ritornare
ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
il viso bianco gli riasciughiamo
il corpo stronco ricomponiamo.
È il nostro morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo riportiamo.

Uno per uno
bomba alla mano
e lo vendichiamo.(15)

 

Note:

1 ERMANNO PACCAGNINI, Presentazione, in P.JAHIER, Con me e con gli Alpini, cit., p. 13.
2 MARIO ISNENGHI, Il mito della Grande Guerra, Bologna, Il Mulino, 2014, p. 187.
3 P. JAHIER, Con me e con gli Alpini, cit., p. 17.
4 E. PACCAGNINI, Presentazione, cit., p. 6.
5 P. JAHIER, Con me e con gli Alpini, cit., p. 38.
6 Ivi, p. 100.
7 Ivi, p. 39.
8 E. PACCAGNINI, Presentazione, cit., p. 8.
9 P. JAHIER, Con me e con gli Alpini, cit., p. 64.
10 Ivi, p. 69.
11 Ivi, p. 30.
12 Ivi, p. 17.13 Ivi, p. 109.
14 M. ISNENGHI, Il mito della Grande Guerra, cit., p. 189.
15 P. JAHIER, Con me e con gli Alpini, cit., p. 63.

 

Articolo di Lorenzo Naturale

No votes yet.
Please wait...
Mostra di più

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Adblock rilevato

Per favore supportaci disattivando il tuo blocco di annunci