HorrorRacconto BreveThriller

Il musicista

Marta

C’era una musica lontana che vagava nell’aria del piccolo paese. Era notte fonda e Miranda stava ritornando a casa, dopo il lavoro. Camminava veloce avvolta nel pesante cappotto.  Il berretto era calato fin sugli occhi, una vecchia sciarpa era avvolta distrattamente intorno al collo e le mani erano nascoste nelle tasche, alla ricerca di un poco di calore. Aveva nevicato per tutta la giornata e le strade erano ancora ingombre di neve. Era tardi, ormai, e nel paese non c’era anima viva. Miranda camminava leggera, senza far rumore su quella splendida distesa bianca. Era infreddolita e stanca. Era stata una giornata pesante e al ristorante avevano lavorato molto quella sera. Eppure, quando sentì la melodia invadere l’aria del paese non ci pensò due volte a seguire quel ritmo suadente. Era un violino, lo sentiva bene. Si guardò attorno: le serrande dei negozi erano chiuse, ai lampioni brillavano le luminarie del Natale assieme a grandi fiocchi rossi di velluto. Il campanile della piccola chiesa sfavillava grazie alla stella luminosa poggiata sul suo cucuzzolo e su diverse terrazze si potevano vedere piccoli abeti colorati. Del violino nessuna traccia. Come una volpe che fiuta le tracce della sua piccola preda, Miranda cominciò a muoversi tentando di seguire la musica. Lentamente si avvicinò a una vecchia palazzina fatiscente, nascosta da un piccolo giardinetto incolto. Una luce calda brillava dietro la finestra del primo piano e lì, dietro il vetro sgangherato, vi era un uomo. Teneva gli occhi chiusi e suonava trasportato dalla musica. Aveva lineamenti decisi e marcati. Una mandibola ferrea era poggiata al piccolo strumento in legno e la bocca era tesa, come tutto il viso, concentrato fino allo stremo in quell’esercizio musicale. Improvvisamente l’uomo spalancò gli occhi. Miranda rimase di stucco di fronte alla finestra di uno sconosciuto, in piena notte, come una ladra, una delinquente, una spiona. Le guance improvvisamente si scaldarono e un violento rossore le coprì il viso, mentre istintivamente abbassò gli occhi. L’uomo non incespicò, non smise di suonare, ma continuò come se nulla fosse. Il brano, ora, si era fatto violento, veloce e struggente. Miranda fece qualche passo, come per andarsene ma non riuscì a non gettare un’ultima occhiata a quell’uomo. Aveva richiuso gli occhi, anzi, erano socchiusi ora. La testa, completamente abbandonata sul violino, si muoveva all’unisono con lo strumento mentre i folti ricci scuri venivano scrollati dall’impeto della melodia. Solo un pensiero: “Sei così bello!” e Miranda scivolò via nel buio, correndo veloce verso casa. Non si spiavano le persone.
Il giorno dopo, a lavoro, Miranda cercò di avere notizie sull’inquilino del piccolo palazzo. “Ma no, non ci abita nessuno lì! È abbandonata da anni!” si sentì rispondere ogni volta. Eppure… era impossibile! Miranda era sicura di aver visto il musicista proprio lì.  Così, la sera, dopo il lavoro, allungò la strada del rientro e si ritrovò di fronte alla vecchia palazzina. Stavolta tutto taceva. Alle finestre non vi era nessuna luce e l’intero edificio era immerso nell’oscurità; non un rumore, non un movimento potevano far intuire la presenza di qualcuno. Le finestre, semi rotte, erano chiuse, mentre la vecchia porta era coperta da una tenda leggera che sventolava solitaria spinta dai sospiri del vento. C’era qualcosa di lugubre quella sera nel palazzo. Miranda sentì un brivido correrle lungo la schiena e decise di andarsene. Il suo sesto senso le diceva che non doveva essere lì, che qualcosa non andava. Eppure… eppure era certa di aver visto davvero il suo bel musicista. Era vero, non aveva sognato. Ricordava benissimo l’avvolgente melodia della sera precedente che l’aveva incatenata e trascinata lì davanti, come un richiamo silenzioso. Tristemente si incamminò verso casa, ma non sapeva che nel buio due occhi la stavano fissando. Miranda camminava lenta, continuando a voltarsi per gettare fugaci occhiate al vecchio edificio. Aveva una strana sensazione addosso. Era irrequieta, sentiva uno strano nervosismo invaderle il corpo, mentre le gambe si facevano di gomma. Scosse la testa. “Non essere stupida Miranda, non c’è nulla. Vai a casa, sei stanca” si disse. Poi, improvvisamente, la musica.  Un violino aveva iniziato a cantare lento, leggero, strascicato. Miranda si bloccò. Senza nemmeno pensarci, ritornò alla palazzina. Le luci erano ancora spente. Nulla si muoveva, ma il suono questa volta pareva provenire dagli alberi. Miranda prese coraggio, voleva sapere. Così spinse il piccolo cancello arrugginito e si inoltrò nel piccolo giardino. Si poteva vedere ben poco. L’oscurità in mezzo agli alberi era densa  e fitte ombre avvolgevano ogni cosa. A tentoni cercò la musica, fidandosi solo del proprio udito. Finalmente la vide. La musica. Veniva da un vecchio giradischi, posato in mezzo all’erba. Suonava basso, lento, trascinando un poco il suono lamentoso di un violino. Confusa e sorpresa, Miranda fece per voltarsi ma il musicista, nascosto nel buio, fu più veloce. Un taglio netto, preciso e pulito alla carotide. Pochi secondi di agonia e Miranda era morta, senza il minimo sforzo da parte dell’uomo, ormai abituato a quelle scene. Si rassettò l’elegante abito, lasciò cadere il coltello e si portò una mano al cuore. Finalmente, sentiva di nuovo la vita scorrere in lui, finalmente aveva placato la sua fame.
Spense il vecchio giradischi che ancora strideva, raccolse il vecchio violino e iniziò a suonare. Una musica straziante invase l’aria immobile del piccolo paese. Sembrava un pianto amaro e triste che sgorgava dalle radici più profonde della terra, dalle viscere nascoste di qualcosa di antico. Era un dolore profondo, rabbioso e feroce che si contorceva lento. Come un’onda invisibile, la musica si riversava nel paese, strisciava per le vie e si infilava sotto porte e finestre. Leggera, come un bisbiglio, cercava le orecchie di grandi e piccini, perché tutti dovevano sentire quell’agonia. I bambini improvvisamente strillavano, indifesi di fronte a quel dolore, mentre gli adulti si guardavano l’un l’altro, incapaci di reagire e di spiegare quella lugubre musica. Ma gli anziani del paese sapevano, anche se da decenni ormai non l’udivano più. Conoscevano quella vecchia sonata e si portavano una mano alla bocca, piangendo. Un’altra anima se ne era andata quella sera e il vecchio musicista suonava la sua funerea melodia per compiangere la vittima, ma, soprattutto, per far sapere a tutti che era tornato. E aveva fame.

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