Fotografia

Fotografia e carta: il ‘900 e il più famoso libro autopubblicato.

Twentysix Gasoline Stations di Ed. Ruscha

Negli anni venti e trenta del Novecento le foto avevano invaso sia le riviste sia i giornali e non soltanto i libri. Molti fotografi, soprattutto per le foto di protesta, diventarono produttori dei loro lavori. Inizia ad affermarsi, dunque, l’idea dell’artista come manager di se stesso e della sua arte.

Gli anni trenta furono anche il momento in cui dei fotografi documentari divennero fotografi autores, autori che detengono il controllo sulla loro produzione, in grado di pubblicare il proprio lavoro in forma i libro. Il libro di Brassai, Paris de nuit (1933), è solo uno dei molti esempi di questo periodo: A night in London (1938) di Bill Brandt, così come il successivo, più giornalistico Naked city (1945) di Weegee (pseudonimo di arthur Felling), seguirono tale modello[1]._

Nel capitolo Documents of Anger and Sadness: Protest and Photobook del terzo volume del libro di Parr e Badger vengono riportati numerosi esempi di questo tipo di fotolibri  e del loro rapporto con la fotografia di protesta, ad esempio nel 1933 un libro autoprodotto sulla protesta palestinese. La volontà di mostrare la violenza del mondo e della guerra si riflette sull’identità dell’autoproduzione e dell’indipendenza.

Real self-publishing, where the photographer designs, prints and distributes the book by him or herself, is one of the faster growing areas in the field. Many of the books in this volume have been self-published in one way or another, going right back to a Palestinian protest book from 1933 features in Chapter 2, which is the earliest book we include here[2]. _

 

Twentysix Gasoline Stations di Ed. Ruscha

 Ripercorrendo quella che è la storia del libro d’artista del Novecento, è possibile vedere in Twentysix Gasoline Stations di Ed. Ruscha il libro capace di creare un ponte fra le opere realizzate dalle avanguardie storiche e la produzione successiva degli anni sessanta e settanta. Questo libro rappresenta, infatti, il precursore dei libri fotografici moderni autoriali ed il punto focale per tutti i selfpublisher ed i fotografi delle generazioni successive, in quanto interamente realizzato dall’artista sia per quanto riguarda la curatela, sia per la grafica, la pubblicazione e la distribuzione. Twentysix Gasoline Stations, realizzato da Ed. Ruscha nel 1962 e autopubblicato nel 1963, è sicuramente il più famoso libro autopubblicato della storia della fotografia ed ha dettato nuove regole per la realizzazione del libro fotografico.

Ed Ruscha, nato a Omaha (Nebraska) nel 1937, ha frequentato la scuola d’arte a Los Angeles studiando, in particolare, grafica e tecniche di stampa. Los Angeles è la sua città ed è proprio lungo la strada che collega Los Angeles a Oklahoma city, la Route 66, che nasce in lui l’idea di fotografare tutte le stazioni di servizio.

La strada è metafora dello scorrere della vita e sulla strada le aree di servizio con le pompe di benzina, sono le protagoniste delle immagini del libro, sono le moderne “stazioni” del percorso umano. Ma non c’è alcuna volontà di racconto, solo rappresentazione asciutta e nuda dell’esistenza. Il titolo, Twentysix Gasoline Stations, contiene e descrive semplicemente i suoi contenuti. Ruscha lo impagina in copertina con una perfetta architettura tipografica; dispone le tre parole su tre righe in caratteri maiuscoli color rosso arancio. Le parole occupano l’intera larghezza della pagina e sono disposte in alto, in centro e in basso per saturare l’intero campo visivo. All’interno nessun testo, solo immagini fotografiche e brevi titoli che identificano il nome commerciale del “tipo di benzina” e del luogo in cui è ubicata la stazione di servizio con l’indicazione della città e dello Stato: ventisei sono le lettere dell’alfabeto inglese, ventisei le immagini scelte per la rappresentazione del proprio personale alfabeto visivo[3]._

Il 1962 è anche l’anno in cui anche Andy Warhol espone alla Ferus Gallery a Los Angeles la serie Campbell’s soup cans – each one the same, each one different[4]_ ed, infatti, la volontà di raccontare è comune ad entrambe queste opere d’arte. In un certo senso l’idea di Ruscha è molto simile al lavoro di Warhol tanto che si potrebbe definire questo libro un “Pop Art Book”. Il solo ruolo che la fotografia può avere, per Ruscha, è quello un mezzo tecnico ed informativo. Il libro non ha più, come in precedenza, il compito di esibire una serie di fotografie d’arte, infatti, le ventisei stazioni di servizio, incontrate lungo la strada, sono sigillate in foto colte al volo, in snapshot, prive di un qualsiasi trasporto soggettivo ed emotivo. Per questo è stata scelta una forma del libro volutamente ordinaria, un prodotto di massa, reso più fine solamente da una velina, tutto in linea con la Pop Art e il pensiero dominante del mondo dell’arte degli anni sessanta. Come afferma lo stesso Ruscha, il senso del libro è la coesione con il tutto: il libro, la sua forma, la grafica, acquistano una dignità pari al contenuto ed, anzi, più il contenitore è perfetto più anche il contenuto assume rilievo e la trasmissione del messaggio è massima. Ruscha elimina la figura dell’editore di libri fotografici, che aveva dominato fino ad allora, e rende l’artista editore di se stesso, grafico e curatore, capace di produrre in libertà il proprio libro, scegliendo ogni aspetto formale della pubblicazione. Poter esprimersi senza condizionamenti, senza limitazioni, è una delle caratteristiche fondamentali dell’editoria fotografica indipendente di oggi e dei selfpublisher che scelgono questa strada proprio per diventare padroni di loro stessi. La forma e la sua bellezza vengono sostituiti alla genialità dell’idea: un libro non è più un catalogo freddo, ma diventa un’opera d’arte, un progetto dove libro e fotografia vengono pensati e generati in simultanea, in sincronia. Da questo momento inizia un nuovo paradigma che lega le relazioni che intercorrono fra l’artista, il libro e il pubblico, poiché il contatto diventa diretto. Non esiste più, dunque, una terza persona, un editore, che fa da intermediario, ma tutto passa dalla visione dell’autore agli occhi del cliente. Il libro fu autoprodotto dall’autore nel 1963 in quattrocento copie, (numerate a mano con inchiostro rosso in fondo all’ultima pagina) ed era formato da quarantotto pagine in formato 18×14. Quattro anni più tardi, nel 1967 venne realizzata una seconda tiratura di cinquecento copie ed, infine, nel 1969 un’ultima ristampa di tremila esemplari. Essendo un’opera commerciale, le ristampe permettevano di renderlo sempre disponibile per il pubblico. Anche il prezzo di vendita, 4 dollari, era veramente ordinario in modo da assimilare questo prodotto ad un qualsiasi prodotto editoriale. Oggi Twentysix Gasoline Stations è diventato un libro d’artista da collezione con un prezzo notevolmente più alto: la prima edizione, infatti, costa 3.000 dollari; 5.000 dollari è, invece, il prezzo della rarissima serie di cinquanta copie firmate, mentre la seconda serie si trova sul mercato a 1.200 dollari e la terza a 600 dollari. Ed. Ruscha è il pilastro, l’esempio che ha dal 1963 rivoluzionato il selfpublishing e dato inizio allo sviluppo esponenziale del fenomeno, come lui anche il fotografo giapponese Daido Moryiama ha realizzato Another Country in New York nel 1974, un omaggio al fotografo William Klein, producendo solamente 100 copie tutte differenti. Prodotto usando una fotocopiatrice Canon e poi assemblato, ora è considerato un libro da collezione e si può trovare sul mercato per 40.000 sterline.

Note bibliografiche:

[1]  Bate D. (2011): pp. 62-63.

[2] Parr M., Badger G. (2014): p. 6.

[3] Maffei G., Twentysix Gasoline Stations di Edward Ruscha.(8 ottobre 2012). URL: http://blog.maremagnum.com/twentysix-gasoline-stations-di-edward-ruscha/.

[4] Walker I. (2012) in Di Bello P., Zamir S. (2012): p.111.

Articolo di Martina Sorci

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