Racconto Breve

Volevo dirti

Marta Scattolin

Volevo dirti tante cose quella sera, Alberto, te lo giuro. Volevo urlarti in faccia che ti amavo, ancora e per sempre. Volevo stringerti le mani e farti sentire come era avere di nuovo le mie dita sottili avvolte alle tue. Volevo passarti una mano tra i capelli e ricordati quel brivido che pensavo di darti solo io. Volevo prenderti il viso, avvicinarmi piano, guardarti negli occhi e farti vedere che nei miei c’eri ancora tu. Tu e solo tu. Avrei voluto tante cose, ma raramente si ha quel che si vuole. Quella sera nulla è andato come avrei voluto. Quando mi sono gettata tra le tue braccia non ho trovato il mio posto sicuro. O meglio… era il mio posto. Riconoscevo la forza delle braccia, il petto su cui tante volte avevo appoggiato la guancia. Riconoscevo il respiro, l’odore, le forme. Ma non era più il mio posto sicuro quello. Lo sentivo dalle braccia improvvisamente rigide, tese al mio tocco, mancava il calore di una volta, non c’era il supporto, il sostegno. Non c’era l’amore. Come ha fatto male finire tra quelle braccia, Alberto, lo so solo io. È stato come tornare a casa dopo un lungo viaggio per trovare conforto e vedere che, mentre si era via, qualcuno aveva cambiato tutto.. quella era sempre la mia casa certo, ma bastava uno sguardo per capire che non era più mia.
Non ero soddisfatta però quella sera, non volevo arrendermi nemmeno di fronte all’evidenza più spietata e così ho tentato ancora. Mi sono avvicinata e ti ho dato un bacio, ma tu mi hai preso le mani e mi hai allontanata. Non so cosa hai letto nei miei occhi, in quel momento. Forse la disperazione, invece dell’amore che volevo mostrarti. Mi dispiace che tu abbia visto la verità, ma sai che i miei occhi non hanno mentito mai. Alla fine, però, hai lasciato che le mie labbra sfiorassero per l’ultima volta le tue.  Se potessi tornare indietro, mi risparmierei almeno questo dolore. Il mio cuore credeva davvero di poterti toccare. Credeva davvero che un pezzetto di lui sarebbe passato dalla mia bocca alla tua, ricordandoti quanto eravamo stati bene. Avresti sentito il calore della mia fiamma, sarei riuscita a sciogliere quel ghiaccio che da mesi aveva ricoperto i tuoi sentimenti. Ci credevo anche io, non solo il mio cuore. Ma la mia non è una favola e nella vita il lieto fine non è così comune. Le tue labbra erano serrate, rigide, due lastre di marmo contro la mia bocca tremante che cercava solo te. Non era un semplice bacio quello e lo sai bene. Era il mio cuore venuto a bussare al tuo. Ma le tue porte erano chiuse con mille mandate e tu, dall’alto di una finestra, mi guardavi altero e sconcertato. Non ho avuto il coraggio di spingermi a cercare ancora.  Mi sono fermata di fronte a quella barriera, a quell’ultimo tocco dove non c’era più nulla di tuo. Ero rimasta solo io, con il mio cuore a pezzi in tasca e due occhi che non sapevano più dove nascondere le lacrime.  Me ne sono andata giurando che non sarei più tornata e che sarebbe stata l’ultima volta, dopo mesi ormai da quando te ne eri andato tu. Me ne sono andata piangendo un dolore infinito, che scavava il cuore e spezzava le ossa.
È stato tremendamente duro perché, lo sai, io via non me ne sono andata mai.
Tu non lo sai quante volte mi sono sentita morire in questi mesi, quante volte ho pregato perché le cose si sistemassero, perché mi svegliassi una mattina scoprendo di aver sognato. Mi hai rotta. Rotti gli occhi che non fermano il pianto, rotte le gambe che incespicano a ogni passo, rotto il cuore che ha deciso di non battere mai più per nessuno.
Ti ho chiesto spesso come si fa. Come si fa a scordarsi così di qualcuno che ti ha dato tanto, che hai amato tanto? “Non lo so” mi hai risposto. Non lo so. Eppure lo hai fatto, anche non sapendo come. Vorrei tanto averlo saputo fare anche io, Alberto. Avrei voluto che il tuo ricordo si fosse frantumato in centinaia di briciole da poter spazzare via con un colpo secco di mano. Lo avrei fatto, sai. Una manata ben assestata sulla tovaglia della mia vita e tanti saluti a tutto quel dolore che mi porto dietro come uno zaino troppo pesante per le mie spalle. Tu hai fatto proprio così. Ti sei scordato di noi e, soprattutto, ti sei scordato di me. L’ho visto nei tuoi occhi sai, quella volta che mi hai detto “Adesso sto bene”. Ed era vero, stavi bene. Come mi hai ferito con quelle parole! Forse, se fossi stata meno egoista, sarei riuscita a essere felice per te. Ma non ci riuscivo Alberto. Non potevo lo capisci? Ero stata io, per così tanti anni, la tua felicità e tu la mia. E io non capivo come, dopo tanto, si potesse tornare a essere due estranei, a vivere vite uguali ma totalmente diverse. Alberto, avevi ancora il mio cuore, non te ne eri accorto? E io non riuscivo, non potevo riprendermelo. Non sapevo che farmene ormai di quel pezzo di cuore che era diventato tuo.
Te lo volevo dire, sai. Te lo volevo dire che ti ho odiato. Era una rabbia cieca e violenta, un rancore mai provato prima che si stava abbattendo sulla mia anima, come un terremoto che arriva e travolge ogni cosa. Tu andavi oltre e io rimanevo qui, impigliata in tutto questo dolore, nella rabbia, nell’odio. E anche se non si vedeva c’era: una furia nera che ribolliva appena sotto la superficie. Giuro Alberto, c’era. Ma non ero e non sono io questa. Non fa parte di me, costa fatica e stanca. Stanca da morire il dolore, Alberto.
Cosa mi avevi fatto? Cosa?
Alla fine, l’ho scoperto. Mi ci è voluto molto tempo, molta fatica ma l’ho capito. È stato duro ammetterlo a me stessa, ho pianto lacrime amare per noi e poi, finalmente, ho pianto lacrime amare per me. Ho capito, Alberto, cosa avevi davvero fatto e non potevo fartene una colpa. Avevi solo acceso la luce in una casa che era buia e fredda da lungo tempo. Ero sola, Alberto, quando sei arrivato. Ero sola e forse sola lo ero sempre stata. Ero stata sola da bambina quando sedevo per terra a giocare in disparte. Ero solo da ragazzina quando mi chiudevo in camera a leggere torri infinite di libri. Ero solo quando all’università sedevo nelle ultime file, lontana dagli altri. Sono stata sola mille volte nella mia vita. Sola a casa, sola a scuola, sola di notte e di giorno. Sola anche quando avevo qualcuno accanto che mi voleva bene, quando gli amici non mi lasciavano mai. Ma ero sola sempre, non so se lo puoi capire Alberto. Non ero io che piangevo disperata quella sera. Era la mia piccola bambina, uscita chissà come da un luogo lontano dentro di me. Ti sembrerà assurdo Alberto, ma la mia bambina piangeva disperata perché, quando mi hai abbandonata, le hai ricordato come era essere sole. E allora ha iniziato a piangere per tutti i giorni, per tutte le notti, per le ore e i secondi infiniti in cui era stata sola. Perché, di nuovo, io e lei eravamo sole.
L’amore può finire, certo. Mi avevi avvertita che a te era già successo. Avrei dovuto tenerne conto, prendere appunti forse. Ma ho alzato le spalle, perché avevi finalmente portato un po’ di calore in casa mia. Lo cercavo da tanto, era il mio sogno. Quindi ho fatto finta di non sentire e ho spinto avanti il mio cuore che aveva bisogno di quegli abbracci che per anni gli erano mancati. Io non lo so Alberto come si faccia a far finire l’amore. So che il mio non è mai finito, per nessuno. Se ne sta lì in un angolo del cuore, buono buono. Non fa male a nessuno, lui. Solo a me, che ogni tanto tra tutto quell’amore ne cerco un poco anche per me e non ne trovo.
Quindi volevo dirti tante cose Alberto. Volevo dirti che ti ho amato tanto e che ti ho odiato tanto e adesso non so più cos’ho nel cuore. È come se ci fosse stata una guerra: a terra ci sono molti feriti e non si riesce più a capire chi è il buono e chi è il cattivo. Vorrei tanto che tu fossi uno dei cattivi, Alberto, perché indubbiamente lo sei stato con me. Sei stato il mio compagno di trincea per tanti anni e io ti ho buttato sulle spalle tutta la mia malinconia; per questo ti chiedo scusa. Ma ti sei trasformato all’improvviso nel nemico e mi hai sparato dritto al cuore, quando me ne stavo ancora indifesa al tuo fianco.  Mentre ancora ti amavo, tu hai smesso e, sebbene non te ne possa fare una colpa, non so se io potrò mai perdonarti. Quello che so, ora, è che in tutti questi mesi lontana da te sono tornata a sentirmi come quella bambina piccina che mi piange dentro al cuore. Ma so, anche, che io non sono più lei. Sono cresciuta e sono diventata una donna intelligente, gentile e buona. Buona sì, soprattutto buona. E di questo sono fiera, Alberto. Ti mancheranno un giorno la mia bontà e la mia dolcezza.

Volevo dirti davvero tante cose Alberto, ma alla fine di questa lettera mi rendo conto che non ti devo dire più nulla. Perché chi non chiede, non vuole sapere e tu, Alberto, non hai mai chiesto nulla. Perché la mia vita non è più vita tua da molto tempo ormai. Perché sei andato avanti ed è giusto che lo faccia anche io.
Perché è ora di voltare pagina, di chiudere il vecchio diario e iniziare a scrivere una vita nuova.

Ciao Alberto.

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