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La guerra celata nelle Poesie di Egidio Bianchi

Lorenzo Naturale

Nella cospicua produzione poetica del torinese Egidio Bianchi (1898-1923), ascrivibile nel periodo compreso tra il 1919 e 1923, si trovano apparentemente poche tracce della guerra, alla quale prese parte con il grado di tenente: essa rimane infatti quasi sempre taciuta nei versi del poeta, fatta eccezione del componimento Mastro Gianni, nella quale viene esplicitamente – e dolorosamente – evocata: «- È solo un po’ di tosse: è stato troppo / lassù, contro i tedeschi, in quelle buche / piene di mota: presto tornerà […]».[1] L’esclusione della tematica bellica da parte dell’autore potrebbe essere riconducibile a quella difficoltà della resa verbale di un’esperienza limite quale fu la guerra, già notata da Eric J. Leed e sperimentata da altri scriventi tanto nelle scritture colte quanto in quelle popolari; complice anche la volontà – necessità – di rimuovere un avvenimento traumatico come l’esperienza al fronte, spesso così dolorosa da lasciare ferite psico-fisiche indelebili per quanto celate. Ma alla luce della ricorrente immagine del solco, «mutato, dalla sua caratteristica di fertilità e di fonte di sostentamento nell’attività agricola, in una grottesca immagine di morte»,[2] oltre che della biografia del poeta, si capisce come in realtà la metafora sia rivelatrice di un mancato superamento dell’esperienza di guerra; le sofferenze patite nelle giornate trascorse al fronte rimangono di sottofondo nella poetica di Bianchi, influenzandola marcatamente e proiettando «significati di dolore su contesti o situazioni normalmente segnati da una valenza gioiosa e positiva».[3] Del resto, spie e suggestioni belliche possono essere rintracciate in altri componimenti, come in Madri di morti («Abbiamo, de l’anime nostre, / intrecciato infinite / corone da porsi su tutte / le croci…»)[4] e Sconforto dove, pur essendo centrale l’immagine – ricorrente – del viaggio come metafora di vita, di fronte a versi come «Le tenebre coprono gli urli / la polvere copre ogni cosa»,[5] risulta difficile non pensare all’immagine di decine di soldati presi di sorpresa di gas tossici che si accasciano o arrancano per sfuggire alla nube, spesso inutilmente: «E quelli che vanno, camminano / su quelli che sono caduti; / su quei che non gridano più, / su quei che non piangono più».[6]

Una ferita, quella della guerra conclusa ma non superata, che si rivelerà poi essere fatale: per il poeta la fine delle ostilità tra Italia e Austria-Ungheria non si tradusse in un periodo di pace; infatti, oltre ai profondi sconvolgimenti politici, sociali ed economici dell’Europa del primo dopoguerra, ai quali si aggiunse il ricordo della travagliata e sofferta esperienza al fronte, Egidio Bianchi dovette affrontare un’altra, intima battaglia, negli anni successivi al conflitto: quella tra la sua breve vita e la tubercolosi, contratta a seguito dell’immunodeficienza causata proprio dall’intossicamento dei gas asfissianti, da lui inalati il 24 ottobre 1917, notte della tragica sconfitta italiana a Caporetto, nel corso della quale fu catturato e fatto prigioniero.

Dopo un periodo di prigionia nel campo di Marchtrenk, conclusosi nella primavera del 1918, Egidio Bianchi venne ricoverato a Nervi (GE) in una struttura adibita alla cura dei reduci di guerra, in particolare di quelli intossicati dai gas che per l’appunto, a causa dell’abbassamento delle difese del sistema immunitario, si ammalavano di tubercolosi. Fu però in queste funeste circostanze che il poeta conobbe la sua musa ispiratrice, la diciasettenne Irene Perin detta “Nennelle”, sorella del compagno di stanza Tullio, alla quale parte abbondante della produzione poetica fu dedicata. Un incontro dal quale nacque «un grande amore, limpido, puro ed impossibile»,[7] sia per la salute precaria del tenente Egidio Bianchi, sia per il carattere segreto della relazione amorosa tra egli e Irene, dettata dalla diversa estrazione sociale dei due e dalle formalità di una società con un retaggio sociale ottocentesco: la ragazza, infatti, era figlia di un ricco industriale tessile di Rovereto, il quale non avrebbe approvato la relazione con il poeta.

Le poesie di Egidio Bianchi, «anima travagliata e complessa, in continuo conflitto con se stesso»[8] presentano quindi toni cupi e pessimistici, talvolta fatalistici – data l’ineluttabilità del destino a cui il poeta stava andando incontro –, condizionati dalla recente e traumatica esperienza della guerra, ai quali però si alternano slanci vitalistici e ottimistici filtrati proprio dalla figura di Nennelle che, nonostante la precaria condizione del poeta, alla quale si aggiungono anche delle difficoltà di natura sociale, ne ricambia l’amore, diventano un filtro attraverso la quale sublimare la profonda sofferenza esistenziale, come esplicitato dal poeta stesso nella poesia Il mio conforto: «Perché non vedo il terso / viso del cielo / se non per il tuo puro / cuore di bimba. // Perché non vedo meta / di riposo sereno / se non mi penso accanto / al mio amore dolcissimo».[9]

Una produzione poetica caratterizzata da versi brevi e franti, trascinanti e di corto respiro, che proiettano nel significante la precarietà dell’esistenza al fronte e anche dello stato di malattia, procedendo a delineare situazioni realistiche o quadri d’immagine, dove si riserva particolare attenzione all’aspetto cromatico e soprattutto al paesaggio, nel quale si proiettano sovente gli stati d’animo dell’autore, rispecchiando anche l’interesse di questo per un’altra forma d’arte, cioè la pittura. Come precedentemente accennato rispetto a Sconforto, in una cospicua parte della produzione lirica sono centrali il tema del percorso e del viaggio intesi come metafora dell’esistenza umana: quest’ultima viene infatti ritratta sovente come un cammino inutile e cosparso di sofferenze. A provocare ulteriori angosce è anche La triste sacca, immagine che evoca il travaglio esistenziale interiore che ognuno di noi si porta appresso lungo il cammino dell’esistenza. Un fardello anche più pesante per Egidio Bianchi, data anche la consapevolezza dell’irrealizzabilità del sogno dell’autore, quello dell’amore per Nennelle, amore tanto grande quanto doloroso, al quale però, riponendo la fiducia nei suoi slanci di positività, il poeta non intende rinunciare, come avviene ne Il grande amore: «Ho le mani ed il cuore / Stimmati col tuo segno / E più non cammino pel mondo / Che per cercarti. // E so che, per tutta la vita, / Andrò così / Curvo sotto la grande / Croce di questa passione».[10]

Presente nei componimenti, spesso associato a motivi di movimento, è anche l’elemento animale, come in Le formichine o A che vale non credere («il cuore mi tremava, come quello / dei canarini tuoi»),[11] ma anche in Un pescatore, dove in un tipico abbozzo paesaggistico di ambientazione marina, compaiono le lucciole, che possono essere assunte a metafora rappresentativa dell’animo del poeta, data la loro natura di alternare momenti di luminosità a istanti di quiescenza nel buio del paesaggio: «E mi parve di scorgere / l’anima mia / in una luce piccola / sul mare, / accanto al pescatore. // L’anima mia / Che cerca la sua pace…».[12]

Una ricerca talvolta disperata e anche insistita, dove l’obiettivo finale, per quanto dolorosamente irraggiungibile, è dichiarato e febbrilmente perseguito, nonostante la stanchezza e le difficoltà: «Io voglio umilmente restarti / Vicino / E fissarti negli occhi. / Perché io credetti di leggere / in te / E amor non seppi».[13]

[1] Egidio Bianchi, Poesie 1919-1923, a cura di Guido Perin, Alberto Zava, Roma, Aracne, 2014, p. 47.
[2] Alberto Zava, Introduzione, in E. Bianchi, Poesie 1919-1923, cit., p. 31.
[3] A. Zava, Introduzione, cit., p. 30.
[4] E. Bianchi, Poesie 1919-1923, cit., p. 81.
[5] Ivi, p. 157.
[6] Ivi, pp. 158-159.
[7] Guido Perin, Premessa, in E. Bianchi, Poesie 1919-1923, cit., p. 15.
[8] Ivi, p. 22.
[9] E. Bianchi, Poesie 1919-1923, cit., p. 165.
[10] Ivi, p. 153.
[11] Ivi, p. 43.
[12] Ivi, p. 121.
[13] Ivi, p. 155.

Articolo di Lorenzo Naturale

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