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Federico Fellini

Francesco Liberti

Federico Fellini è una firma, un nome, un’espressione che fa parte del costume italiano e dei canoni attraverso cui ha saputo costruire e decostruire la realtà dell’immaginario cinematografico mondiale.

Partiamo da quelle dei fumetti che uscivano la domenica, “sulla domenica del Corriere” e che il padre gli portava a casa. Fellini imparava a conoscere lo slang delle battute a raffica: ”ZIP, ZAP, ZUNG”, (che avrebbe riproposto nei decenni successivi nelle sceneggiature con Mastroianni) l’azione, l’umorismo di quei personaggi che arrivavano dall’America e che raccontavano di questo mondo abitato da queste strane creature divertenti e surreali.

L’infanzia fu per Fellini anche l’indottrinamento della cultura e del metodo fascista, coi suoi riti romani e le sue marce, le sue forme e le sue iniziazioni, le sue icone, i suoi gerarchi folli e la fede nell’incrollabile Mussolini, che portò dopo la stabilità e dopo un ventennio, il paese allo sfascio con la seconda guerra mondiale e l’amalgamarsi felliniano con un comportamento e un educazione che avrebbe ricostruito nei suoi films più autobiografici come Amarcord, “Io mi ricordo”in dialetto riminese. La fine della guerra avrebbe portato alla nascita del neorealismo e a registi come Roberto Rossellini, Vittorio de Sica e Fellini avrebbe cominciato proprio come aiuto di Rossellini.

Ma facciamo qualche passo indietro, qualche anno più tardi Federico Fellini ormai più che ventenne avrebbe lasciato Rimini per Firenze e poi per Roma, cominciando a fare il disegnatore e il caricaturista per un noto marchio di fabbrica.

Tutto questo: gli schizzi, le caricature, i personaggi, gli ambienti surreali codificati furono per lui un percorso nella memoria, un retaggio nell’infanzia oltre all’ambizione di affermarsi come uomo e artista alle prime armi, ma tutto ciò divenne anche un crudele impatto quando il fascismo decretò <<l’autarchia>>, ovverossia <<l’autosufficienza>>: con cui vietò ai prodotti, ai fumetti, a tutte le opere creative americane di “sbarcare!” in Italia e Fellini col suo genio e la sua scaltrezza subito mise mano al suo passato per creare nuove dimensioni caricaturali, alter ego dei super eroi americani, personaggi di contrasto, elementi oppositivi che ricalcassero i bozzetti americani evadendo la cultura fascista.

Poi arrivò a Roma lavorando prima come sceneggiatore e poi come regista, dando vita a una galleria di fantasmi divertiti, appassionanti e divertenti, registrando come pochi altri il cambiamento del costume italiano e al tempo stesso cogliendo i simboli del nostro passato e del nostro enigmatico presente, <<da una vitale rappresentazione del Satyricon di Petronio a una caricaturale e cameratesca- deformante introspezione del fascismo in Amarcord!”>>.

Fellini amava Novalis come poeta e Collodi come scrittore preveggente nel costruire la sua migliore favola il Pinocchio, che appartenevano in una realtà dove lui metteva le proprie radici, non essendo un regista di costume nel senso letterale, ma un narratore, un evocatore, una mente metafisica <<che metteva a confronto il reale con l’irreale!>>, <<il fiabesco col grottesco!>>, <<l’enumerazione di personaggi che partono dalla sua infanzia per trasformarsi in visioni, in suoni, in percezioni del vissuto, un pretesto assoluto per rivelare il suo personalissimo studio numero 5  dove si curava: “LA SUA CINECITTA’ ”>>.

Eccola questa folla del sorriso e dell’emozione dove Fellini ricostruiva la sua personalissima realtà come l’attesa sulle barche per il passaggio del Rex, la super nave americana di origini faraoniche che i felliniani vedevano come un miracolo o un ciclope, il matrimonio della Gradisca celebrato in una campagna malinconica sotto le sfumature di un suono di fisarmonica di Nino Rota, i piccoli-borghesi che fungevano da clown: ”Eccola un’altra realtà circense che lui raccontava, quella dei circo e dei suoi abitanti misteriosi, nel film girato per la televisione “I clowns”, dove riprese un mondo verosimile e paradossale raccontando e ricostruendo le figure sceniche più appropriate,: <<il Clown Bianco e l’Augusto Pagliaccio!”:-il primo di carattere autoritario e dominatore della scena, il secondo nemico delle forzature e degli schemi, antagonista del suo compagno, ambedue elementi complementari nelle gerarchie delle figure generazionali circensi, che si autorappresentavano nella scuola d’appartenenza che durava da centinaia di anni della tradizione delle famiglie circensi italiane ed europee!”.

Sempre nei Clowns Fellini con la sua troupe italiana più il cameramen inglese di nome Roy intervistava la figlia di Charlie Chaplin, sposata son suo marito Giambattista Tierrè medico psichiatra con cui organizzavano spettacoli nelle case di cura, rinnovando e proponendo l’arte ancora una volta come “forma di terapia contro la reclusione!”.

Vincenzo Mollica, inviato della Sezione Spettacolo del TG1 scrisse negli anni’80 un libretto intitolato “FELLINI” dove il maestro incontrava sia Schulz il creatore dei <<Peanuts>> che Milo Manara grande genio del disegno, con cui portò a termine due fumetti: “Viaggio a Tulum e il Viaggio di G.Mastorna”, attraverso un collage di interviste, confessioni, dialoghi, appunti di lavoro e illuminazioni, arricchito da molti disegni inediti.

Oltre a disegnare Mastroianni che era stato il suo alter ego in Otto e Mezzo, nella Dolce Vita e in Ginger e Fred, Fellini fece caricature di Totò, in ogni sua caratteristica, sfruttando i suoi movimenti disarticolati, la sua azione eroica, il suo contesto metafisico dove lui elaborava l’immagine dell’uomo-macchietta, la sua smorfia di gioia e dolore che si trascinava sempre dietro con leggerezza, le caratteristiche del bradipo e della creatura d’oltretomba- :<<Tutti elementi sincronici e sincronizzati!”>>.

Milo Manara diceva che molti definivano Fellini un evocatore, ma la sua non era una evocazione nel senso stretto del termine, ma più una trasfigurazione con cui potesse animare e trasformare gli oggetti, i ricordi, i fantasmi che l’opprimevano, e le donne gigantesche che lo attorniavano come in Boccaccio 70 con Peppino de Filippo e che facevano parte del suo immaginario indefinito.

Articolo con la firma di Francesco Liberti

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