FantascienzaRacconto Breve

L’albero sordo

Martina Sorci

La galassia Isperia era densa, un insieme organico di detriti ammassati. Da fuori sembrava un grande braccio meccanico con cinque artigli. Su ognuno di essi cresceva una palla metallica simile ad un pianeta. Al centro l’energia convergeva in un nucleo color rubino. Era proprio in quel nucleo che le antiche carte tecnocrate avevano indicato l’esistenza di una forza meccanica divina. Era passato già un anno da quanto la navicella Icaro secondo aveva lasciato il pianeta Neuville, la nuova casa per gli abitanti della nave madre Icaro, per continuare la ricerca iniziata dagli antenati. Evitare di fondere i motori della navicella era, infatti, un’operazione estremamente difficoltosa e, per 365 giorni, la piccola Icaro secondo aveva girato attorno al nucleo di Isperia cercando, inutilmente, di atterrare.

«Perché non ci siamo ancora riusciti?!» urlava Passhyanti1010 nella sala comandi. Le mani erano spigolose e gli occhi ruotavano come ingranaggi per la rabbia.

«Comandante, ho appena ultimato le modifiche al dispositivo per convertire la densità. Questa volta dovremmo farcela» Madhyama2667 mostrò velocemente che i suoi calcoli erano esatti.

«Orgoglio per il nostro popolo! Prepariamoci alla discesa e che questa volta sia quella definitiva. Il nostro creatore ci ha richiamato e dobbiamo mostrare la nostra totale fedeltà. Non importa se gli altri tecnocrati si sono arresi, adagiati nel costruire una vita a Neuville. Per me sono solo dei traditori. Io, noi, siamo programmati per portare a termine la missione iniziata dai nostri antenati. Loro hanno lottato contro i credenti per affermare la verità. Metteremo fino a questo lungo viaggio». Le parole uscivano veloci dalla bocca di Passyhanti1010 e ricordavano i suoni metallici di una canzone registrata su un antico nastro.

Erano passati decenni dal giorno della grande partenza e, ora, di quel popolo rivoluzionario non era rimasto che un piccolo equipaggio, su una piccolissima navicella, intrappolato fra i rottami di chissà quale mistero. «Ci siamo» precisò Madhyama2667 e si sarebbe emozionata se solo il suo cuore non fosse stato sostituito da un chip programmato per raggiungere la divinità meccanica. Non c’era nient’altro in lei. I tecnocrati sanno bene come, dietro ad ogni grande scoperta, si nascondano sempre i più faticosi sacrifici e, così, rinunciare a quella cosa chiamata -umanità- per ottenere la conoscenza del chip non era sembrata a Madhyama2667 una grave perdita. E la pensavano come lei anche Passyhanti1010 e altri cinquanta tecnocrati. Il chip, d’altronde, era tutto quello che serviva per portare a termine la missione, lo scopo dell’intero viaggio. Dei cinquantadue volontari partiti su Icaro secondo, però, soltanto loro due erano sopravvissuti alla forza e alla violenza dell’operazione. Sostituire tessuti e carne con lamine metalliche e circuiti non era cosa da poco. Passyhanti1010 e Madhyama2667 erano, a tutti gli effetti, gli unici esempi di trasformazione uomo-robot riuscita. Ma su Neuville a nessuno, oramai, importava più del chip, dei robot, della missione originaria e della divinità meccanica: la gente cercava, invece, di ricostruire da capo qualcosa di più importante, un’identità. Così, lanciati e abbandonati nello spazio, privi di emozioni, memori solo dei ricordi necessari per la missione, i due tecnocrati erano pronti per entrare nel nucleo del braccio meccanico. L’impatto di Icaro secondo con la pioggia di mercurio fu potente, ma il nuovo dispositivo riuscì a mantenere integra la sala comandi e il motore. Atterrarono con violenza dopo pochi secondi e i loro corpo, scontrandosi con le pareti della navicella, vibrarono.

«Prepariamoci ad uscire» ordinò Passyhanti1010 e si mise davanti al portellone, pronto a scendere. Il nucleo di Isperia era meno rosso di come appariva dall’alto dell’oblò. La superficie era ruvida e piccole dune animavano il paesaggio cosparse da una nebbia fitta e corposa. Tempeste magnetiche alternate a folate di vento caldo rendevano la sabbia cangiante: si passava da un color rosso mattone ad un rosso sangue, vivo. «Proseguiamo in direzione nord-est» continuò Madhyama2667. «Il chip mi ha appena mostrato il ricordo di un mistico del periodo Yabat». Lentamente, allora, con passi precisi e regolari i due umani, non più esseri umani, si spostavano verso nord-est spinti da ricordi sfuocati come la nebbia rossastra che gli sporcava i capelli. Poi il ritmo si ruppe, cessò. Davanti a loro un albero metallico muoveva i suoi rami come se avesse ai suoi piedi una schiera di marionette da dirigere. Dal tronco nero uscivano scintille argentate. Anche i chip dei tecnocrati incominciarono a scoppiettare e, osservando i tre profili, era impossibile riuscire a distinguere gli esseri umani dalla divinità meccanica.

«Capo della pragmatica. Siamo qui per unirci umilmente a te, alla tua grandezza!» pronunciarono, allora, in tono solenne, i due tecnocrati. Silenzio. Nell’aria si sentivano solo i rami intrecciati muoversi seguendo un ritmo binario. La nebbia restava sospesa. «Abbiamo viaggiato per cento galassie solo per dimostrare la tua esistenza, capo delle tecnologie. Mostraci la tua potenza», continuavano. I chip erano impostati per ripetere 50 combinazioni diverse di frasi alla divinità meccanica, in tutte le lingue delle galassie conosciute. Mentre la macchina, muta, si muoveva e scintillava, Passyhanti1010 e Madhyama2667 ripetevano le stesse parole all’infinito, muovendo le braccia per riprendere l’ondeggiare dei rami. Passava il tempo e le tre sagome nere, ormai uguali, scoppiettavano insieme. Frasi e domande urlate, con suoni meccanici, contro un grande albero sordo. Passava il tempo, la nebbia rossa non diminuiva, non aumentava. I due tecnocrati continuavano ad interrogare quella che sapevano essere la loro divinità. Poi, dopo cento giorni, i chip, programmati per resistere fuori dalla navicella solo per un numero limitato di tempo, iniziarono a rallentare le trasmissioni. La pioggia di mercurio cominciò ad entrare nelle vene e negli ingranaggi. Come la loro umanità si era spenta anni prima, così, lentamente anche la loro meccanicità iniziò a dissolversi. Si fermarono, semplicemente. Le bocche ancora aperte, congelate in quelle suppliche mute a quella divinità che aveva creato così tanta sofferta attesa, senza saperlo. Le braccia restavano tese in avanti, come aspettando quell’abbraccio metallico mancato. L’albero macchina, nel nucleo della galassia Isperia, continuava, incurante di tutto, a muovere i suoi rami. La nebbia lo avvolgeva e copriva di rosso i corpi immobili dei due esseri-umani-robot che, ormai, non erano più nulla se non un ammasso degli stessi detriti che ruotavano attorno a loro.

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Martina Sorci

Amo follemente la letteratura, la fotografia, l'arte. Scrivo poesie e racconti da sempre per esigenza e passione, leggo davvero tanto e mi piace girare e scoprire il mondo e tutte le sue curiosità nascoste. Ho una laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali e una laurea triennale in Lettere Moderne.

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