Recensione libro

Esperienza Eliogabalo (“Super-Eliogabalo”, di Alberto Arbasino)

De Luca Silvia

“Super-Eliogabalo” è un componimento che sicuramente spicca nella composizione del Gruppo 63 e dello stesso Arbasino, non solo per le tematiche in esso trattate, ma anche per l’impaginazione, la tecnica e lo stile di scrittura utilizzati, la verve che lo rende un elemento emblematico dell’anno del suo concepimento: il 1968, quando Alberto Arbasino all’età di 38 anni aveva da poco deciso di lasciare l’ambiente universitario per dedicarsi appieno alla scrittura, probabilmente impiegando in “Super-Eliogabalo” gran parte del suo sperimentalismo e della sua vena “kitsch”, in perfetta armonia con le esigenze letterarie protagoniste del panorama culturale italiano di quegli anni.

La sua uscita nel ’69 suscitò il clamore della critica e la perplessità del lettore moderno, proiettato da poco nella neoavanguardia e “nuovo” a un certo modo di fare scrittura; ma anche per il lettore odierno il testo si propone come una sfida non indifferente. Fin dall’inizio infatti l’impaginazione assume una forma inusuale e atipica, con crittogrammi e disposizioni del testo sicuramente estranee alla norma, ed è a quel punto che ci si rende conto che l’approccio alla lettura di “Super-Eliogabalo” non è delle più semplici da attuare: bisogna lasciarsi indietro molti presupposti raccolti nella propria esperienza di lettore e abbandonarli in un angolo, lasciando che la rassegnazione prenda il sopravvento. Il romanzo come lo si è conosciuto si è annullato, a partire dal titolo fazioso: “Super-Eliogabalo”, per prima cosa, non è un romanzo su Eliogabalo, e non dovrebbe essere definito nemmeno un romanzo, in quanto una lettura vissuta in maniera molto diversa da quella a cui il lettore è stato viziato. Non c’è nulla di limpido, di totalmente comprensibile, di ricostruibile alla perfezione; non ci sono incastri, trame da svelare, orizzonti verso cui dirigersi: anche il lettore più agguerrito non potrà far altro che lasciarsi coinvolgere nella narrazione spericolata e caotica di Arbasino, un viaggio ad alta velocità attraverso il tempo e la realtà sociale, una discesa a rotta di collo verso il fondo di un mare in cui non si è mai osato immergersi.
“Super-Eliogabalo” è una sorta di tela su cui lo scrittore si è accinto, in maniera astratta e poliedrica, a ritrarre “Il ’68”: non solo un anno, non un’unità di tempo, ma una vera e propria esperienza collettiva, un percorso di formazione forzata per tutti coloro che vi sono stati coinvolti. In “Super-Eliogabalo” non ci sono personaggi, né luoghi, nemmeno tempi che siano definiti realisticamente: c’è l’esperienza di Eliogabalo, non più una figura storica concreta ma immagine e metafora del sentimento protagonista negli anni della Ribellione; una figura mistica, sgraziata, irriverente ed estremamente cinica, un “bambolo” fautore degli intrighi più scomodi, uno spirito critico, ” l’ultimo avanzo di una stirpe infelice” (pagina 389). Il giovane imperatore, considerato dagli storici tradizionalisti quasi lo scandalo per antonomasia, offre ad Arbasino l’immagine perfetta per impersonare la realtà contemporanea: un periodo storico attaccato e condannato con facilità dalle generazioni precedenti, profondamente incompreso e trattato alla stregua di un “neonato nella culla”, un elemento immaturo e catastrofico definibile con la superficiale etichetta di “Decadentismo”. “Che stronzata parlare di Epoche di Decadenza”, afferma lo stesso Eliogabalo, “quando invece si tratta di una dimensione costante dell’animo umano” (pagina 286). È in questa frase che potremmo riconoscere più facilmente il bisogno di Arbasino e di tanti intellettuali del suo tempo di dare dignità ai movimenti del ’68, non semplici rivolte politiche o elementi ciclici nel tempo, ma rivendicazione della propria esperienza umana, dell’interiorità e del proprio Essere, attraverso il libero pensiero, l’aberrazione “lucida e sistematica” per “contrastare la spirale discendente del progresso opponente e della historia negativa” (pagina 235). È una protesta alla mondanità, al razionalismo, alla scienza positivista, alla società come “radice della perfida cultura finta-progressiva che diventa tecnica dell’oppressione” (pagina 291). Chi meglio di Eliogabalo avrebbe potuto personificare al meglio la fame istintuale dei giovani “sessantottini”, la rivendicazione del taboo come strumento di indipendenza e di ricerca personale, la liberazione dal dogma sociale attraverso le abitudini più sfrenate e controverse?
Arbasino in “Super-Eliogabalo” vuole rappresentare non solo una critica arguta alla società, ma anche il rifiuto del Movimento a scendere a patti con essa. Non c’è diplomazia né volontà di pacificazione: l’Impero va “sputtanato”, “annientato”, “rifiutato” dalle sue fondamenta, e la protesta più efficace sembra essere quella di rivolgersi al proprio Io e ad esprimerlo nelle forme più scandalose e perturbanti, come il sesso, la droga, o nello specifico l’arte come creazione nella sua forma “meno distaccata”. Del resto, la società capitalista e materialista nel quale il giovane Eliogabalo si ritrova a vivere si proclama volta al progressismo, ma si ritrova invece a essere “la più immobile e immutabile di tutte le epoche” (pagina 365), “l’azzeramento / di ogni esperienza / di ogni emozione / (…) di ogni conoscenza / di ogni sensazione” (pagina 382): ecco perché l’imperatore si ripropone di svelare la vera natura di questa epoca e di porre a essa fine.
Eppure, l’elemento riottoso e dinamico di questi proponimenti sembra non avere ruolo nelle azioni di Eliogabalo: la spinta “fisica” che sembrano suggerire le sue parole non trovano concretezza nella realtà, bensì esse sembrano trovare realizzazione in una critica passiva e quasi fine a se stessa. L’Imperatore è pur sempre un ragazzino, un “bambolo” che ha sempre vissuto negli agi di corte e nella pace, erede di ricchezze immense e fautore di sperperi sconsiderati. Persino quando progetta di penetrare nel Tempio, emblema del potere temporale dell’Impero, è scortato dalle sue “mamme” e dai suoi compagni, assicurandosi di avere il costante appoggio della corte delegando ai sicari l’eliminazione dei dissidenti più ingenui. Eliogabalo sembra essere consapevole di questa sua condizione, “bloccato” tra la spinta distruttrice dei suoi ideali e la posizione sicura e protetta dalla quale si ritrova ad agire, una condizione favorevole alla sua causa, paradossalmente “di libertà”, eppure mistificante e ridimensionata. Per ogni “mamma” lui sarà sempre il “bambolo” da cullare e coccolare, per il precettore non sarà altro che l’allievo sfrontato e pigro, e lui stesso si rende conto di essere “l’ultimo astronauta” in grado di attraversare con la propria astronave “tanti temi e tante stronzate”, ma pensa anche: “Però / Non so / Usare questo cruscotto” (pagina 374). Arbasino forse vuole far notare al lettore, attraverso questa sorta di autocritica, che sebbene l’ideale del Movimento fosse dei più rivoluzionari ancora non era maturo per il suo tempo e non aveva gli strumenti necessari; senza considerare che era costituito specialmente da giovani, che non avevano avuto esperienza della Guerra: dal periodo di pace avevano tratto spunti sicuramente interessanti per una critica profonda della società, ma allo stesso tempo molto riduttivi; ed è a quel punto che, attraverso la figura di una Ninfa, anche nel romanzo la voce delle generazioni più anziane prende posto e pone un importante interrogativo: “Vorrei proprio sapere cosa cavolo sarete capaci di mettere al posto di questo Sistema che volete distruggere a ogni costo!” (pagina 376). Eliogabalo non sembra voler ricercare una risposta: forse non ne è in grado, forse non gli interessa; forse l’ha trovata, e non ha voluto esprimerla: l’ennesimo screzio verso la società ipocrita e mondana che vuole sapere e parlare di tutto, senza cognizione di causa.
La “fine” di Eliogabalo, e così la fine del ’68, si compiono nel momento in cui le “mamme”, allegoria della borghesia mondana, sopprimono il figlio nella sua Essenza e lo trasformano in divinità: un’entità che è tutto e allo stesso tempo il contrario di tutto, un simulacro del materialismo e dello strutturalismo che l’Imperatore si era impegnato a sconfiggere; lui stesso ora è parte dello stesso meccanismo che aveva provato a debellare, diventandone l’emblema. Una visione pessimistica dunque da parte dello stesso Arbasino, che nonostante si sentisse vicino ai moti del ’68 ne coglieva anche le debolezze e le contraddizioni, fino a preannunciare una fine senza idillio: la fagocitazione nello stesso Sistema che cercava di combattere.
La forma di questo libro è essa stessa una rivoluzione: coerentemente con le idee di letteratura difese e perpetrate dal Gruppo 63, il romanzo viene smantellato nelle sue fondamenta e il prodotto assume una veste nuova e caratterizzante. La narrazione ha una costruzione “a blocchi” che si rifà al montaggio cinematografico, e non sempre la prosa viene mantenuta: si trovano anche sezioni in versi, diversi elenchi puntati, persino copioni teatrali. Ciascuna tecnica ha funzione specifica, sia che si voglia aggiungere materiale narrativo, sia che si voglia aprire una finestra sulle riflessioni di Eliogabalo; ad esempio l’inizio del libro è caratterizzato da una serie di crittogrammi che vogliono ritrarre il volo degli uccelli usati per gli auspici. Il ritmo della lettura è frenetico e caotico, e non sempre la trama assume una linearità comprensibile, a volte infatti il lettore potrebbe trovarsi smarrito nell’imbattersi in parti del testo che sembrano non avere collegamento con quanto letto in precedenza. La scrittura è inoltre ricca di figure retoriche e citazioni, riguardanti sia il mondo della televisione sia elementi più dotti, con riferimenti specifici ad ambiti del sapere che non sarebbero compresi
senza una conoscenza di base degli argomenti. Anche per questo il testo è stato definito oscuro, non di facile interpretazione, tanto da dare l’impressione di un romanzo surrealista e “no-sense”. Sono alternati inoltre diversi registri linguistici: dalla formalità accademica, quasi parodizzata, si passa facilmente a uno slang ricco di forestierismi ed espressioni appartenenti a un linguaggio più giovanile, a volte anche volgare. Tuttavia le scelte stilistiche attuate dall’autore hanno chiaramente una funzione ponderata all’interno del testo, prendendo posto in un quadro che vuole presentare diversi ambiti della realtà e diverse problematiche storiche.
Da un punto di vista prettamente personale, posso dire che è stata una lettura complessa, a volte confusa e non lucida quanto avrei voluto, ma certamente affascinante. Tra le pagine di “Super-Eliogabalo” ho avuto modo di leggere non una realtà a me lontana come potrebbe sembrare quella del ’68, ma problematiche di estrema attualità e universalità; rivedermi in valori e riflessioni così distanti dalla mia esperienza è stato molto illuminante, e anche per questo credo che Arbasino non sbagliasse a ritenere certi elementi come ricorrenti nell’animo umano, agganci che possano farci rivedere in più esperienze e fasi storiche insiti nell’Io di ciascuno e quindi caratterizzanti del nostro essere umani, per quanto esse possano essere represse e spinte all’autodistruzione.

De Luca Silvia, 12/05/2019

Edizione di riferimento: “Super-Eliogabalo” di Alberto Arbasino, Edizione Adelphi 2001 Link all’acquisto: https://www.adelphi.it/libro/9788845915970

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