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Big Fish, Le storie di una vita incredibile (2003, regia di Tim Burton)

Testo di Beatrice Eboli. Tema: l’indignazione del poeta.

Vi propongo oggi il mio sguardo personale sul film Big Fish. Ho conosciuto questo film surrealista conversando con una persona dall’anima surrealista e in accordo con lo spazio sconosciuto delle mie pareti cerebrali. Vi scrivo, quindi, sperando che queste brevi frasi possano saziare chiunque avesse appetito di universi paralleli lontani dal reale. Ma mi rivolgo soprattutto agli scrittori, personcine difficili da trattare, spesso permalose.
Vi parlo nello specifico dell’indignazione di un poeta. Ebbene il protagonista, Edward Bloom, decide di scappare da una città troppo piccola per le sue enormi ambizioni. Infatti, parte in compagnia di un gigante.

Ben presto i due si separano, poiché il pesce più grande è quello che sa scappare. E il nostro protagonista voleva diventare davvero grande.

Ci sono dei pesci che nessuno riesce a catturare. Non è che sono più veloci o forti di altri pesci. È solo che sembrano sfiorati da una particolare grazia.

Decide così di prendere una via sconosciuta in mezzo ad un bosco. L’ultima persona che la percorse fu un poeta che non tornò mai più in città e da quel giorno si narra che la via fosse infestata dai fantasmi e che nessuno avrebbe mai più dovuto attraversarla. Edward, dimostrando tutta la sua arroganza e la natura di vero eroe, se ne frega e la percorre. Arriva quindi in una cittadina estremamente ordinata, dall’erba inglese verdissima; le persone che vi abitano sono conturbanti. Il protagonista scopre che tutti lo stavano aspettando. Tra abbracci e sorrisi, così felici da essere disgustosi ai miei occhi e probabilmente anche ai vostri, Edward conosce il famoso poeta scomparso: Northern Winslow.

Edward e il poeta, entrambi a piedi nudi, dopo essere stati derubati da Jenny, una bimba bionda che si diverte a rubare le scarpe delle persone e appenderle in cima ad un filo posizionato molto in alto, si dirigono in un posto appartato.

Edward Bloom: Ehi, ho bisogno delle scarpe!
Northern Winslow: Qua il suolo è più soffice che in città.
Cuoca: Sentito? Fa quasi rima.
Beamen: È il nostro poeta laureato.

Il poeta confessa al protagonista che da dodici anni sta lavorando ad un componimento.

Northern Winslow: Sto componendo questo poema da 12 anni. C’è una grande aspettativa. Non vorrei deludere i miei fans.
Edward Bloom: Posso? “L’erba così verde, il cielo così blu, Specter è davvero grande”. Sono soltanto 3 righe.
Northern Winslow: È per questo che non si fa mai vedere un’incompiuta!

Ed è qui che tutta l’indignazione del poeta si rivela. Una inquadratura a mezzo busto lo ritrae mentre si gongola, segue un primo piano sul componimento, e subito dopo ecco che riappare il poeta dall’espressione totalmente disgustata. Un movimento impercettibile di sopracciglia, però, rivela un momento di soggettivazione (presa di coscienza) di Winslow che sembra rendersi conto che effettivamente la sua poesia potrebbe essere migliorata. Ed eccolo che lo vediamo concentrato mentre rilegge silenziosamente il suo componimento.
Con questo piccolo e breve affondo su una scena iniziale del film, perciò niente spoiler, lascio a voi, cari lettori, terminare la visione del film.
Ricordate, non siate permalosi. Un vero scrittore è uno stronzo ma anche un instancabile ricercatore.

Consigli per la visione del film: sorseggiare un Moscow Mule
Consigli per la lettura: leggere ascoltando Bing Crosby-“Dinah”

Beatrice Eboli

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