Racconto Breve

Ciliegie mature

Jacopo Castiello

“She’s leaving home after living alone for so many years”
Lennon, P. McCartney

 

Alle cinque di mattina di quel santo mercoledì non suonò la sveglia, ma lei si alzò ugualmente. La sua sveglia avrebbe suonato alle sette e trenta come tutte le mattine, ma non avrebbe richiamato nessuno dal mondo del sonno. Avrebbe diffuso il suo squillo monotono per una stanza occupata solamente da un letto ben ordinato, una scrivania pulita sulla quale impilava qualche libro con attenzione che gli angoli combaciassero, un alto scaffale nutrito degli oggetti più cari e di altri libri, e poi, un enorme armadio. L’aveva costruito suo padre con legno di ciliegio per lei, solo per lei. Si poteva immaginare che contenesse tanti di quei vestiti, cappotti, scarpe, guanti e cappellini, ma in realtà non era così. Durante le ultime settimane era stato mano a mano privato di alcuni capi, e nessuno si era accorto di niente. Nessuno ormai poteva entrare nella sua camera. Era diventata grande e cominciava ad avere i suoi primi grossi segreti.

Il piano naturalmente doveva svolgersi nel più perfetto silenzio. Perfino il letto che in fatto di rumore non disturba nessuno quando nella quotidianità viene riordinato, ora poteva essere un problema. Ma doveva essere fatto il suo letto, come se lei in quella casa non ci fosse mai stata. Ora, davanti al letto, a piedi uniti, fece un inspiro profondo. Spinse il petto in fuori come una tuffatrice su un trampolino, alzò le braccia all’altezza delle spalle, poi sopra la testa, infine le lasciò cadere, espirando lentamente. Fece uno scatto e prese un borsone dall’armadio. Si lasciò sfuggire uno sbuffo, era pesante e lo stava poggiando delicatamente sulla moquette. Sospirò. Non doveva ricontrollarlo, l’aveva già fatto così tante volte. C’era tutto il necessario.

Afferrò la tracolla del suo bagaglio e con molta calma se la fece passare sulla spalla che si abbassò drammaticamente al suo peso. Poggiò la mano sulla maniglia dorata della sua camera. La abbassò lentamente. Non cigolava ed era la sua fortuna. Uscì dalla camera. La casa era colorata da una luce soffusa, rosata, ed era silenziosa come mai, come se fosse in attesa di qualcosa di improvviso e straordinario.

Girò la chiave della porta della sua camera, la chiuse per sempre, e mise quella chiave nella sua tasca destra. Dalla sinistra estrasse un foglio piegato in più parti. Era scritto sia sul fronte che sul retro, non era stato messo in nessuna busta e in questo modo si potevano leggere alcune delle sue parole anche se fosse rimasto lì per terra in cima alle scale dove era stato delicatamente poggiato. Nessuno si sarebbe accontentato di quei pochi quadranti di foglio, chiunque lo avrebbe spiegato per leggere tutto, dalla prima all’ultima parola. E poi la firma, il suo nome, non accompagnato né dal cognome né da un “vostra figlia” nè da qualsiasi altro attributivo la potesse qualificare. Niente, solo il suo nome e quello bastava.

Le scale furono difficili da scendere. La spalla che reggeva il borsone già le doleva. Aveva imparato a memoria quali gradini scricchiolavano e quali no, ma c’era un punto di quella dannata rampa dove c’erano quattro gradini contigui e scricchiolanti. Non poteva saltare, aveva il borsone e avrebbe fatto decisamente troppo rumore. Si sorresse alla balaustra con le sole braccia, i piedi sospesi di qualche centimetro da quei dannati gradini.

Non senza fatica ma ce la fece. Passò poi in cucina. Le mancava il suo fazzoletto, ricamato da lei molto tempo prima, da bambina. Aveva prodotto quel capolavoro di stoffa guidata dagli insegnamenti di sua madre. Eccolo. Era lì in mezzo a tutta quella biancheria da stirare. Sua madre l’avrebbe stirato e insieme a quello che apparteneva a sua figlia l’avrebbe deposto su un tavolino nel corridoio sul quale affacciava la sua camera. Avrebbe deposto quello che apparteneva a sua figlia, lavato e stirato, di fronte alla porta della sua camera perché lei lì non poteva entrare. Afferrò il fazzoletto, lo piegò in più parti e lo ripose nella tasca sinistra. La porta d’ingesso. La aprì. Prima di spalancarla però si soffermò ad osservare quello spiraglio di luce che penetrava nella sua casa. La luce, là fuori. Aprì la porta quel tanto che bastava da concedere il passaggio suo e del borsone, poi la chiuse e vi rimase appoggiata rivolta verso l’ampio giardino profumato di ciliegie. Solo lì davanti crescevano cinque ciliegi, su uno dei quali pendeva una vecchia altalena. Vedeva suo figlio che raccoglieva le prime ciliegie di stagione e le faceva assaggiare alla sua mamma. Suo figlio si arrampicava sulla scaletta e arrivava a stento a prendere quelle più rosse. Lei le guardava tra le sue mani. Solo alcune erano rosse, lucenti, polpose, le altre, più numerose, erano dure e sfumavano dal verde al giallo. Si innesta un’idea, prende corpo un progetto e matura una decisione da cui la scelta: sì o no, vai o resta, libertà o prigione. Tornò in sé. Scese i gradini del porticato e senza nessuna fretta aprì il cancelletto e se lo richiuse alle spalle.

Alle sette di mattina di quel maledetto mercoledì non suonò la sveglia perché avrebbe suonato più tardi, fra mezz’ ora, ma lei si alzò ugualmente. Indossò la vestaglia cercando di non fare troppo rumore per permettergli di dormire un altro po’. A dire il vero lei avrebbe potuto anche aprire le finestre e sbattere le porte: lui avrebbe continuato a dormire ugualmente. Uscì nel corridoio. La porta della sua camera era chiusa come sempre, mai che fosse aperta. Fece per scendere al pianterreno, ma lì, in cima alle scale notò quello strano foglio ripiegato, tutto scritto in penna blu. Sul momento non poteva di certo immaginare di cosa si trattasse. Quella prima parola però, e poi le successive le spezzarono il cuore. Cadde in ginocchio e le prime lacrime le bagnarono il viso, si mise una mano alla bocca cercando di trattenersi, non voleva fare rumore ed eccezionalmente svegliarlo. Continuando a dormire non avrebbe mai letto, non avrebbe mai saputo. Non voleva entrare in camera sua e neanche poteva: l’aveva scritto nelle sue ultime parole: mi sono tenuta la chiave.

Lui si svegliò improvvisamente. Diede immediatamente la colpa a un sogno che già non ricordava. L’altra metà del letto era vuota ma non sentiva nessun movimento dalla cucina. Quando la vide accasciata e piangente in cime alle scale, si spaventò. Le si fece vicino, lei gli porse il foglio e lui senza commentare lesse dalla prima all’ultima parola ascoltandola piangere. Le restituì il foglio, incredulo andò alla sua porta e cercò di aprirla, ma era davvero chiusa a chiave. Continuò a forzare la maniglia, poi sferrò un calcio appena sopra la maniglia stessa. Sentiva il legno cedere e continuò. Era rosso in viso, bolliva, ma non sembrava rabbia. Non si sentiva arrabbiato, né spaventato. Era solo rosso in viso e stava sfogando nemmeno lui sapeva cosa su quella porta. Una spallata ed entrò. Il suo letto era fatto, la sua scrivania in ordine. Andò all’armadio. Sarebbe stata la prova finale. Ecco, si sentiva tradito. Come aveva potuto trattare suo padre e sua madre così inconsciamente? Loro che le avevano dato tutto quello di cui avesse mai avuto bisogno? Tutti quei vestiti, l’armadio dedicato, l’altalena sull’albero, tutti i sacrifici per farle avere tutto quello che desiderava. Come aveva potuto fare questo? Si era spaccato la schiena per lei, l’aveva levigata lui quell’anta che stava aprendo. Era stato davvero tradito. L’armadio era pressoché vuoto. C’erano solo i capi invernali, quelli più pesanti, i cappotti, i guanti e i berretti. Un trillo improvviso. Si girò spaventato: sul comodino al fianco del letto suonava la sua sveglia.

Alle nove il sole le irradiava il viso dolcemente. Le scappò un mezzo sorriso quando lo vide appoggiato sui gomiti sul sellino della sua moto. Non sarebbe stata più sola. Avrebbe avuto lui e questo era il meglio per lei. Lasciò cadere il borsone alzando una nuvola di polvere dalla terra battuta. Gli si avvicinò e strinse i suoi pugni ai baveri della sua giacca. Lui le accennò un sorriso e le poggiò una mano sulla guancia. La guardava fisso negli occhi, ma lei abbassò lo sguardo, non riusciva a sostenerlo. ”Come stanno i tuoi?”

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“Potrebbe andarsene quando vuole. Se fosse qualcosa di più di una vaga aspirazione, se fosse assolutamente determinato a scoprire la verità, noi non potremmo fermarlo“ Kristoff, The Truman Show

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