Biografico e autobiograficoRacconto Breve

L’arrivo in Italia di un giovane albanese

Lako

Mi ricordo fin troppo bene quando mi sono trovato davanti alla classe nuova di Giavera del Montello, era il Marzo del 2003. Ero arrivato in Italia da una settimana e quel giorno ero uscito con mia mamma, mia sorella e mio cugino per andare a comprare la televisione perchè mancava nella nuova casa a Cusignana. Prima di andare al centro commerciale peró mi hanno detto “facciamo un salto alla scuola che ti iscriviamo e poi andiamo”. Le cose non andarono così. Andammo alla scuola peró mi lasciarono lí per ambientarmi. Fu terribile. Da quel giorno fino alla fine delle medie non ho mai parlato con nessuno. Non giocavo con i compagni di classe durante le ricreazioni. Mi vergognavo troppo. Mi sentivo di troppo. Che cosa ci facevo lí? Niente. Loro erano a casa loro e si conoscevano dall’asilo, io non c’entravo nulla. Nulla di nulla. Cosí mi trovai il primo giorno a salutare quella classe fatta di persone gentili e di professori buoni ma, nonostante questo, dentro mi sentivo diverso. Lo ero. Era un dato di fatto che diverso lo ero. Tra le cose che odiavo delle medie due erano le peggiori: i rientri e il pulmino. I rientri erano una cosa terribile per me. Volevano dire che bisognava pranzare in mensa e stare qualche ora a giocare fuori in giardino, quindi, stare totalmente in mezzo alla gente.

Scena della mensa che si è ripetuta sempre, dall’inizio alla fine della scuola.

Davo il buono di colore verde. Prendevo il vassoio e andavo avanti, dicendo alle cuoche quello che volevo mangiare. Il vassoio è pieno. Iniziava in quel momento un malessere che mi bloccava la saliva in gola. Afferravo il vassoio e con sguardo sconfitto mi giravo verso i tavoli. Dove sedermi? Nessuno mi diceva vieni a sederti qua. I ragazzi della classe avevano la loro compagnia e, non volendo elemosinare nulla, me ne andavo a sedermi in un tavolo vuoto. Speravo ogni volta che ci fosse un tavolo vuoto affinchè non fossi io ad andare dagli altri come una brutta sorpresa. Se i tavoli peró erano tutti pieni  me ne stavo con il maledetto vassoio in mano a pensare a dove sedermi, per non recare fastidio alla gente solo con la mia presenza. Peró anche il pranzo in mensa finiva e il problema continuava con la maledetta lunga ricreazione. Tutti giocavano, ridevano, scherzavano mentre io me ne stavo seduto addossato alla rete color verde del giardino. L’unica cosa bella delle medie erano le lezioni. Con tutto quel malessere non vedevo l’ora che iniziasse la lezione, perchè solo in quel momento io ero al posto giusto e non ero di troppo.

Il pulmino.

La storia del pulmino ad oggi mi provoca tenerezza. Dato che mi avevano lasciato lì il primo giorno di scuola, dovevo tornare a casa con il pulmino giallo. Io non sapevo minimamente come funzionasse il discorso del pulmino ecc. Quindi ci salii e mi sedetti al quarto posto attaccato alla finestra, dalla parte del autista. Il pulmino si riempì di miei coetanei che si misero tutti in fondo a fare casino. I “capetti”, come sempre, si mettevano in fondo ai pulman perchè così funzionava. Mi dissi che un posto valeva l’altro. Il giorno dopo e per i restanti giorni mi sono sempre seduto allo stesso posto in quel pulmino. Il problema vero venne fuori la mattina seguente quando quel maledettissimo pulmino portava a scuola anche i bambini delle elementari. E indovinate dove si sedevano i bambini delle elementari e dove quelli delle medie? Esattamente. Io, giá alto più di 1.70 all’epoca, mi trovai circondato da bambini delle elementari, che mi guardavano straniti perchè uno grande si era messo lì. Che sfigato che mi sentivo. Mi sentivo terribilmente sfigato e volevo scomparire. Ogni volta che prendevo il pulmino o mangiavo in mensa io volevo svanire.

In tutto questo peró stavo zitto e non infastidivo nessuno. Studiavo, facevo le mie cose e basta. Se qualcuno veniva a chiedermi aiuto per gli esercizi di matematica lo aiutavo con piacere.

Un giorno peró, quando ormai ero in terza media, due ragazzini di prima mi presero di mira. Erano piccoli fisicamente ma purtroppo stupidi. Iniziarono a dirmi “Lo Soccolo”, il nome di un salame che non sapevo nemmeno esistesse e andavano avanti ridendo e sghignazando. Io me ne rimanevo in silenzio e cosí rimasi per settimane. Un giorno peró uno dei due ragazzini, il biondo, durante la ricreazione venne a deridermi chiamandomi Lo Soccolo. Mi avvicinai a lui gli misi la mano destra sulla testa, gli afferrai i cappelli biondi e lisci e gli scossi il capo forte per diverse volte. Da quel giorno nessuno mi rompeva più. Mi rivedo ancora mentre tiravo via i cappelli gialli che mi erano rimasti in mano.

Poi ci fu l’episodio triste di cui non vado fiero, peró, va raccontato. Un giorno durante un rientro non so perchè una ragazza giocando tra una cosa e l’altra mi tiró un calcio in mezzo alle gambe che fermai e d’istinto, una volta che era ferma le tirai un ceffone in faccia.

Da lì si aprì il caso dell’albanese che picchia le donne. Venne la prof coordinatrice e ci prese entrambi per capire la situazione. L’unica cosa che ho detto è stato: “É perchè sono albanese che ce l’avete con me”.

Da questi episodi di violenza giovanile ho imparato ad andare oltre le offese razziste venute negli anni, ritenendomi superiore sia per logica, che di fatto, a persone di poca sostanza.

Capisco peró molto bene che oggi un africano possa dare sfogo all’ira che gli brucia dentro appena un povero gramo lo chiamerà “Negro” “La pacchia è finita” “Vattene con i babbuini a mangiare banane” e via dicendo. Peccato per l’inetto che diventerà vittima e peccato per l’africano che senza volerlo butterà benzina su un fuoco che da mesi a questa parte si sta rafforzando sempre più.

La mia storia personale l’ho raccontata per farvi capire come si sentiva un ragazzo bianco che sapeva la lingua, che era venuto in Italia con i documenti, insieme alla famiglia, con un padre che lavorava, senza nessun dramma umano, eccetto la separazione dalla propria terra natia. Separazione che, ad oggi e per sempre, mi ha cambiato nel profondo.

Se io ho vissuto sulla mia pelle queste cose, mi chiedo come vivrà e soprattutto come agirà davanti a queste cose un “negro di merda”?

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