Biografico e autobiograficoRacconto Breve

Uno più uno

Seduta sul pavimento del bagno gli facevo la barba. All’inizio dovetti insistere. A lui parve una cosa strana, a me una cosa assolutamente normale. Lo osservavo radersi, le mattine precedenti, e c’era una sorta di rito, una cosa che io essendo donna non avrei mai capito. Ma adoravo quei suoi gesti misurati e precisi. Così una mattina piombai in bagno e mi appropriai di quel rito. Mi aspettavo, da parte sua, uno sguardo severo e ansioso, invece c’era la pace. Io ero molto attenta, molto rigida nei gesti. Fino a quando lui, a un certo punto, non iniziò a raccontarmi una storia del suo passato. Era una novità per noi. Io e lui eravamo molto simili nella nostra diversità, entrambi riservati, entrambi guerrieri; la vita con noi era stata talmente tosta che eravamo stanchi di soffrire. Così appena si presentava una situazione difficile da sopportare, in silenzio stringevamo i denti, ci sforzavamo di pensare “nulla è per sempre, nemmeno il dolore”; e così tiravamo avanti in attesa che la tempesta passasse, ma questo non ce lo dicevamo. Tra noi c’erano solo grandi risate e grande pace, mentre ognuno portava avanti la sua guerra in silenzio, versando qualche lacrima di notte di nascosto da tutto e tutti. Facendo grandi respiri e sforzandoci di allontanare le paure e i pensieri negativi che le nostre menti creavano in loop.
Lui a occhi chiusi e le labbra semi aperte iniziò il suo racconto.

Il tuo tocco mi ricorda quello di mio padre. Dopo giorni, che spese ad osservarmi,  mentre uscivo dal bagno con pezzi di carta igienica a tamponare le piccole ferite che mi procuravo sul volto, venne in bagno, proprio come te ora. Mi mise le mani sulle spalle, mi fece sedere sul bordo della vasca e con un grande sorriso mi fece capire che dovevo stare fermo e osservare. Iniziò a radermi la barba, seduto sul pavimento. Ogni gesto era accompagnato dalla sua voce lenta profonda e rassicurante. Mi spiegava cosa fare e come. Non mi sentivo a disagio. Non sentivo l’umiliazione della sconfitta. Mi sentivo amato. Ero davvero felice di condividere quel momento con mio padre. Dopo pochi giorni dovetti dirgli addio. Fu vittima di un ictus. Io con la mia faccia bella pulita sentivo il peso delle lacrime scivolare ininterrottamente. Piansi. Sentivo un vuoto che si mangiava il vuoto. 

Sulla lametta luccicò una trasparenza. Era la prima volta che lo vedevo piangere. Continuava a tenere gli occhi chiusi. Gli baciai le palpebre.

Furono anni duri per me e mia madre. Dovetti iniziare a lavorare presto e nel frattempo portare avanti gli studi. Mi dovetti trasferire e sentire il peso della solitudine di mia mamma. Anche se lei si sforzava di essere forte io percepivo il suo sentirsi sola. Vorrei che nessuno al mondo si sentisse solo. Vorrei che tutti avessero una persona in cui rifugiarsi e vorrei che tutti potessero sentirsi amati. In quegli anni mi sono costruito una enorme stanza, quattro pareti mentali, in cui ero autosufficiente e difficilmente mi abbandonavo agli altri, preso dalla mia vita frenetica, pesante e incessante; ma anche meravigliosa se penso a tutti i paesi che ho visitato e le esperienze che ho vissuto. Mio padre mi manca. Mi manca ogni giorno. E Dio solo sa quanto avrei voluto fartelo conoscere. Gli saresti stata simpatica tu… sai. Ti avrebbe detto – Sei una fuorimondo proprio come mio figlio, dovevate per forza incontrarvi-  lo avrebbe detto di sicuro. Aveva grandi denti bianchi e un sorriso che apriva i cieli. Tu gli avresti detto “Mi verrebbe voglia di mangiare i suoi denti di mandorla”.Lo avresti detto. Sicuro. Come quando affondi il tuo viso nell’incavo della mia spalla e mi dici “Mi mangerei volentieri i tuoi capelli di liquirizia”. A volte mi chiedo come si creino queste immagini mentali in te. Ne rimango affascinato e spaventato. Gli saresti piaciuta. Lui era un visionario. Sareste andati d’accordo.

Le lacrime continuavano a cadere. Mi sembrò di non radergli più la barba ma di riaprire ferite. Così posai la lametta. Lui riaprii gli occhi. Ci fissammo a lungo, fino a sentirne le vertigini e poi sorridemmo. Non immaginavo che mi conoscesse così bene. Lo ascoltavo e mi sembrava di rivedermi, avrei detto e fatto proprio tutto quello che lui aveva narrato.
Gli dissi <<Hai gli stessi denti di tuo padre. Tuo padre. Tuo padre è stato un piacere conoscerlo stamattina. Ora mi mangio i vostri denti di mandorla>>

Mi abbracciò. Lo abbracciai. Non eravamo più guerrieri solitari, le sue guerre e le sue assenze divennero le mie. Iniziammo a sorridere ancora più forte.
Uno più uno, Io con lui.

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