Racconto Breve

È solo paura

Marta Scattolin

È la sensazione di calma che improvvisamente arriva a spegnere ogni rumore. Non ci sono più voci, niente pensieri, nessuna confusione. Puoi tirare un sospiro di sollievo e pensare che forse, dopo tutto, sia finita. Appoggiare la testa in un punto preciso, chiudere gli occhi e trovare finalmente pace, dopo tanto, troppo tempo. È stata dura, è stata dannatamente difficile. Ha fatto un male atroce, che mi ha abbattuto a terra centinaia di volte, stremata, senza più fiato né lacrime. Avrei voluto continuare a urlare, dibattermi, piangere con le guance che bruciavano della stessa fiamma che mi stava divorando. Avrei voluto davvero buttarlo fuori tutto quel male terribile. Ma anche al male ci si abitua. Diventa un compagno di stanza scomodo, che c’è e che non puoi ignorare ma con cui puoi imparare a convivere civilmente. Ti abitui alle fitte che ti trapassano la testa, ai crampi allo stomaco che ti sfiancano, alla nausea che ti fa scappare dalle tavole imbandite. Ti abitui a stare male, ti abitui a tutto. Ed è per questo che quando improvvisamente il dolore tace, te ne accorgi subito. È come se improvvisamente ogni rumore sparisse e la confusione, che fino a quel momento ti portavi appresso, avesse finalmente deciso di farsi da parte.
Silenzio. Cala il sipario. Si torna a respirare.
Per un attimo, non ci credi. Tendi l’orecchio aspettando che il male ritorni, ti guardi attorno, lo cerchi. Sai che ogni tanto si nasconde. Scherza lui, finge di andare via ma poi torna, torna sempre quel maledetto. Eppure… eppure stavolta tendo l’orecchio e non lo sento. Trattengo il respiro. Ho paura.
Ho paura che sia finita davvero così. Che tutto sia passato come un battito di ciglia, che tutto quel male si sia semplicemente consumato al vento in una giornata di sole. Non può essere così. Un uragano non passa senza lasciare dietro sé un vento di tempesta e questo dolore non può essere semplicemente svanito nel nulla.
Forse sono morta. Sono morta, davvero. Forse l’ultimo dei miei spasimi è stato così forte che non me ne sono accorta e mi ha portata via con sé, stroncandomi improvvisamente. E questo, questo deve essere senza ombra di dubbio il paradiso. Questa pace, questa calma, questo silenzio così dolce non possono che essere il segno di un aldilà in cui nessuno spera più. Dovrei aprire gli occhi e guardare ma ho paura. Ho una paura tremenda di trovare solo il buio ad aspettarmi. Temo che sia un sogno bellissimo e se così fosse vorrei non svegliarmi mai più. Dopo tutto, qui si sta bene anche con gli occhi chiusi.
Il problema è che devo sapere. Voglio sapere. È sempre stato il mio macigno questo: io dovevo sapere sempre tutto, conoscere, guardare, provare a capire. Sempre. Eppure, ora, comprendo che a volte bisognerebbe accontentarsi di aver vissuto, provato e sentito. A volte basta. Ma a me, non bastava mai. E non basta nemmeno stavolta. Stringo i denti, sento le dita che iniziano a chiudersi, i muscoli che si contraggono. Mi preparo. Aprirò gli occhi, ci sarà una caduta terribile e di nuovo il mio dolore, premuroso compagno di vita, sarà lì pronto a raccogliermi.
Apro gli occhi. Lo vedo, non è così buio. E lo sento, quel respiro leggero e sommesso. Sento il peso di quel corpo, il suo calore. Sento la mia testa incastrata nell’incavo di una spalla, dove trovo il mio posto. Riprendo a respirare e ascolto quel silenzio che finalmente ha portato l’ordine di cui mi ero ormai scordata.
Allora finalmente capisco.
Che l’amore, sotto certi aspetti, è tanto simile alla morte.

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