Recensione libro

La strada – Cormac McCarthy

Recensione di Lorenzo Naturale

La strada

Autore: Cormac McCarthy
Anno di pubblicazione: 2006
Genere: romanzo, fantascienza, avventura post apocalittica

La strada di Cormac McCarthy è, nella sua brevità, un romanzo amaro e a tratti brutale, ma anche uno dei libri più belli che vi possa capitare di leggere. Vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 2007, La strada è essenzialmente il racconto raccapricciante e claustrofobico di un incubo collettivo, una lettura sconfortante e non affatto semplice tanto per la crudezza dei contenuti quanto per la prosa straniante di McCarthy, scarna e tagliente, ipnotica quanto basta per catturare il lettore e proiettarlo all’interno di una vicenda che in alcune occasioni gli susciterà il desiderio di chiudere il libro per l’afflizione provata. Non si tratta affatto di una lettura d’evasione: l’orrore lirico dello scrittore statunitense trasforma ogni singola parola in una sassata; i dialoghi, intensi e laconici, privi pressoché di ogni segno di punteggiatura, penetrano con precisione chirurgica nelle piaghe della psiche umana; ogni paragrafo, breve e preciso, è un colpo messo a segno nella coscienza profonda del lettore. Insomma, La strada è un macigno – nel senso buono del termine; si tratta di una lettura ricca e struggente e di un viaggio ostico e destabilizzante nelle profondità dell’animo umano, ma che se portato a termine aprirà delle nuove prospettive circa il modo di intendere la società attuale e la nostra vita all’interno di essa.

Da qualche parte negli Stati Uniti annichiliti da un’imprecisata guerra nucleare, un padre e un figlio – entrambi senza nome – vagano attraverso un mondo piatto e svuotato. Portando con sé un carrello della spesa, un telo per ripararsi dalla pioggia e una pistola con un paio di proiettili, sotto un cielo colore di pioggia e di ferro i protagonisti si muovono verso sud in direzione dell’oceano, attraversando le rovine putrescenti di quella che una volta era la civiltà e che ora è ridotta a una pasta fredda e anonima di cenere e fango: sono queste le condizioni date da McCarthy per inscenare l’epica della sopravvivenza. Così come la sua prosa, la trama è scarna e i contenuti sono essenziali; le necessità dei protagonisti sono quelle semplici e primordiali degli esseri umani: mangiare, scaldarsi, volersi bene – sopravvivere. In un mondo inerte e polverizzato i due portano con sé “il fuoco”, immagine ancestrale di affetto e tepore che li terrà uniti per la durata del loro pellegrinaggio e li aiuterà ad affrontare le insidie disseminate lungo il cammino: durante il viaggio infatti i due non si imbatteranno soltanto nei resti della civilizzazione, patendo la fame, il freddo e la cenere incollata sugli abiti e nei polmoni; sebbene gli animali si siano praticamente tutti estinti e l’unica forma di vita rimasta sia appunto la stessa umanità, quest’ultima è regredita a una condizione di vita primitiva e barbara, dalla quale il padre deve tutelare quotidianamente il figlio:

Volevi sapere com’erano fatti i cattivi. Adesso lo sai. Potrebbe succedere di nuovo. Io ho il dovere di proteggerti. Dio mi ha assegnato questo compito. Chiunque ti tocchi, io lo ammazzo. Hai capito?
Sì.
Il bambino se ne stava lì intabarrato nella coperta. Dopo un po’ alzò gli occhi. Siamo ancora noi i buoni?, disse.
Sì. Siamo ancora noi i buoni.
E lo saremo sempre.
Sì. Lo saremo sempre.
Ok.

Gli orologi si fermarono diversi anni prima a l’una e diciassette, l’ora dell’Armageddon: da quel momento furono sbaragliati pressoché tutti i riferimenti utili alla vita in comunità e l’esistenza si trasformò lentamente in un’allucinazione di stenti e sofferenza. I giorni si susseguono freddi e indifferenti; il paesaggio piatto e ostile si estende in ogni direzione: ogni passo è mosso verso il nulla, per il nulla. Ne è valsa la pena di sopravvivere alla catastrofe, in un mondo esaurito che non ha più nulla da offrire? La prosa straniante di McCarthy accentua le sensazioni di angoscia e spaesamento, non spiegando alcunché sul passato della vicenda: l’autore è volutamente vago circa la natura dell’olocausto e i pochi paragrafi in analessi non aiutano a discriminare l’origine della catastrofe, ma anzi accentuano le sensazioni di disorientamento e sconforto. Ripercorrere le tappe che hanno portato alla catastrofe non sembra dare un senso al presente: la temporalità pare cancellata fino al punto in cui sembra non esserci una precisa collocazione degli eventi narrati e nemmeno un grande “perché” del tutto. Ne La strada c’è una storia, ma è senza un “qui” e un “ora”; le condizioni precarie della vita dei protagonisti alienano a tal punto l’esistenza da alterare la percezione del tempo e dello spazio e costringono tanto i lettori quanto i protagonisti a confrontarsi con la necessità di avere dei riferimenti, fossero anche un edificio integro o un orologio funzionante. Dalle riflessioni del padre nelle gelide notti ancestrali si evince la fragilità di qualsivoglia punto di riferimento simbolico o reale di fronte al nulla ereditato dalla catastrofe: tutto ciò che prima aveva un senso è ora irrimediabilmente svuotato e perduto, il futuro è fatalmente compresso e il presente è ridotto a una sconfinata fossa comune a cielo aperto, dove i colori sono vividi soltanto nei sogni e nei ricordi, con questi ormai tanto remoti da sembrare vagheggiamenti di realtà mai esistite:

Quanto colore invece nei sogni. In che altro modo poteva chiamarti a sé la morte? Poi ti svegliavi in un’alba fredda e tutto si riduceva immediatamente in cenere. Come certi antichi affreschi rimasti sepolti per secoli e improvvisamente esposti alla luce del giorno.

Già scrittore di western sanguinosi, McCarthy aveva fatto muovere i cavalieri dei romanzi precedenti attraverso delle società in trasformazione nelle quali, sebbene gli orizzonti mentali e spaziali fossero in cambiamento, lasciavano comunque ai protagonisti la possibilità di aggrapparsi a dei valori condivisi che, sebbene sotto attacco, rimanevano ancora strumenti validi per orientarsi. Ne La strada invece tutto questo non è più possibile perché tutto è perduto: la società è collassata e i valori sono annientati; senza l’argine metaforico della Legge la pulsione di morte troneggia incontrastata, ammalando la vita e trascinandola in un abisso di depravazione e brutalità. Il racconto è disseminato di agghiaccianti episodi che testimoniano tale abbrutimento e l’autore non si fa remore a presentarli: sappiamo delle bande di cannibali che segregano le persone e le smembrano arto dopo arto per cibarsene; assistiamo alla nascita di un bambino che viene immediatamente trucidato e arrostito su uno spiedo dai genitori; apprendiamo che il padre istruisce al suicidio suo figlio o che è alienato dal pensiero di trovarsi nella circostanza di doverlo ammazzare per non farlo cadere in mano ai predoni:

Rimasero a terra, in ascolto. Ce la farai? Quando sarà il momento? Quando sarà il momento non ci sarà tempo. È questo il momento. Bestemmia Dio e muori. E se si inceppa? Non può incepparsi. Ma se si inceppa? Saresti capace di fracassare quel cranio adorato con un sasso? C’è un essere simile, dentro di te? Di cui tu non sai nulla? Ci può essere? Tienilo stretto. Ecco, così. L’anima è un soffio. Abbraccialo. Bacialo. Svelto.

L’apocalisse messa in scena non è altro che la metafora estrema e conclusiva di una società post-ideologica, all’interno della quale ogni ideale è smerdato e gli argini simbolici sono travolti e distrutti da un irruento ritorno del reale. In tali condizioni un godimento mortale ammala la vita e la consuma, trascinandola in un abisso di concupiscenza e depravazione dalla quale sembra non esserci via di uscita: evaporato il Dio-Padre, scomparsa la Legge e abbandonato qualsiasi ideale, rimane solo l’uomo schiavo delle pulsioni e accecato dalla crudeltà, incapace di mettere sullo stesso piano i bisogni dell’altro e finendo per annientare il prossimo ai fini di una sopravvivenza cinica e disperata. Nulla sembra in grado di porre un freno a tanta violenza. Lo stesso padre, simbolo per eccellenza di ordine e controllo, è presentato infatti come una figura profondamente in crisi: incapace di aver tutelato la civiltà precedente e di aver garantito le condizioni necessarie alla continuità della vita e quindi a un’eredità, egli si ritrova a essere un sopravvissuto non solo alla catastrofe materiale ma anche a quella ideologica-morale. Fragile, malato e soprattutto isolato, egli è la personificazione ultima di un mondo ormai eclissato, l’incarnazione magra e pallida di una realtà passata nella quale i desideri e la legge potevano coabitare secondo un ordine stabilito e largamente condiviso. L’uomo cercherà comunque di essere l’antitesi della realtà narrata nel romanzo rimanendo, nonostante la fatica e le durissime privazioni, una figura di ordine e controllo dove tutto è caos e disperazione; disponibile al dialogo e capace di pensare al prossimo, egli non esiterà comunque a difendere il figlio dalle minacce e soprattutto a castigare i trasgressori. Ma tutto questo non sarà sufficiente a recuperare il prestigio e l’autorità tipiche del suo ruolo: egli, difatti, non è più un padre che vive, ma un padre che sopravvive. La granitica figura che per millenni ha simboleggiato sicurezza e stabilità esce profondamente erosa dalle pagine di McCarthy. E a una fine peggiore è destinata anche una delle forze più potenti dell’universo, cioè l’amore di una madre per il proprio figlio, forse il più naturale e istintivo. Custode del nome e del particolare, archetipica immagine d’amore, la madre del bambino non viene risparmiata dalla catastrofe – anzi, è lei stessa ad arrendersi per prima di fronte all’apocalisse incombente:

No, sto dicendo la verità. Prima o poi ci prenderanno e ci ammazzeranno. Mi stupreranno. Stupreranno anche lui. Ci stupreranno, ci ammazzeranno e ci mangeranno e tu non vuoi affrontare questa verità. Preferisci aspettare che succeda. Ma io non posso. Non ce la faccio. […] Un tempo parlavamo della morte, disse. Adesso non ne parliamo più. Come mai?
Non lo so.
Perché adesso è qui. Non c’è più niente di cui parlare.
Io non ti abbandonerei mai.
Non me ne importa. Non ha senso. Se vuoi considerami pure una puttana infedele. Mi sono fatta un nuovo amante. Mi dà tutto quello che tu non puoi darmi.
La morte non è un amante.
Sì che lo è.

A differenza della madre che si suicida, il padre opta per una soluzione diversa: sopravvivere, nonostante tutto. Si tratta, in quel contesto, di un atto rivoluzionario: in mondo che va assopendosi, l’uomo si ribella al destino e cerca di sopravvivere come può e con quello che può. Secondo la lettura dello psicanalista Massimo Recalcati infatti «Il padre della Strada è un padre che sopravvive perché sopravvivere in quel contesto apocalittico è il dono più grande che può fare a suo figlio… sopravvivere contro tutto. […] E questa dimensione della sopravvivenza è già in sé una testimonianza».[1] Cercando di salvare il salvabile e tutelando l’unica briciola di civiltà rimasta, il padre decide di affrontare l’olocausto per superarlo: la vita può continuare, non importa quanto disperate siano le condizioni. Rifiutato l’egoismo dell’abbandono, il padre si propone come un punto di riferimento in un mondo totalmente scardinato. Il bimbo, più di ogni altra cosa, lo costringe all’apertura: nato all’incirca ai tempi della catastrofe, egli non ha alcuna esperienza del mondo trascorso se non appunto l’esempio del padre, che si propone di mostrargli un orizzonte differente da quello di polvere e violenza nelle quali è cresciuto. Il figlio non è Telemaco e il padre non ha regni da lasciare in eredità: eppure l’uomo rigetta l’idea di abbandonarlo o peggio ancora trasformarsi in un titano e divorarlo per assicurare la continuità della propria esistenza – rifiutandosi di sovvertire l’ordine naturale delle cose sopravvivendo al proprio figlio e in mancanza di un regno di beni e di valori affermati da trasmettere, il padre con gli atti e le parole tenta di lasciare una testimonianza di vita autentica all’interno di un mondo ormai inutile e svuotato.

Il bimbo distolse lo sguardo. L’uomo lo abbracciò.
Ascoltami, disse.
Cosa.
Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso. Capisci? E tu non ti puoi arrendere. Io non te lo permetterò.

Il viaggio intrapreso alla ricerca del tepore del mare non è solo una fuga dal freddo deserto dell’entroterra, sterile e inospitale, ma è anche una metafora per ritrarre il desiderio d’Altro. Il bisogno di cambiare aria diventa impellente; l’entroterra non porta a nulla di buono ed è tempo di cercare un’alternativa a una vita costantemente sul filo del rasoio. Con l’aggravarsi della malattia il padre prende consapevolezza della fine incombente: il tempo scarseggia e non può assolutamente spegnersi senza aver prima assicurato al figlio la possibilità un futuro migliore. Il panico generato dall’apocalisse spinge a una rottura profonda con la realtà – toccato il fondo della disperazione e palpata l’insufficienza radicale di un simile stile di vita si innesca così la volontà di raggiungere una realtà diversa da quella corrotta del presente, nella quale la vita può tornare a essere generativa e non a consumarsi su se stessa. Costantemente rassicurato dal padre che loro sono “i buoni” e che i buoni “portano il fuoco”, testimone e custode di ogni parola, atto e sacrificio paterno, il bimbo mantiene quindi un’innocente speranza nel corso dell’avventura, dando prova di aver assunto l’eredità del padre e proponendo lentamente un nuovo modello di comportamento – arriva a fornire un’alternativa a un mondo collassato su stesso e che pareva non lasciare altra scelta se non quella di arrendersi.

Ok. È così che fanno i buoni. Continuano a provarci. Non si arrendono mai.


[1] Massimo Recalcati, Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana, a cura di Christian Raimo, Roma, Minimum fax, 2013, p. 112.

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Lorenzo

«Il mio canto è un sentimento / che dal giorno affaticato / le notturne ore stancò: / e domandava la vita.» (C. Rebora)

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