ArticoliFilosofia

Joker: e se fossi tu?

 

Mia madre mi diceva sempre di sorridere e mettere una faccia felice.
Mi diceva che ho uno scopo: portare risate e gioia nel mondo.

Si stanno spendendo tante parole sul film del momento. Il Joker ha sbaragliato i botteghini, entrando nella top 10 degli incassi dell’anno, un successo inaspettato anche per lo stesso attore Joaquin Phoenix.
Questa figura, trita e ritrita, continua a sorprendere. Ma perché tanto clamore attorno a un personaggio ormai noto al pubblico da lungo tempo?
Siamo sempre stati abituati a vedere il Joker come il cattivone, il farabutto mascherato da clown che rompe le uova nel paniere del buono (e sempre bellissimo) Batman, alias Bruce Wayne. Un uomo brutto e cattivo insomma, e pure un po’ pazzo, che ha distrutto la famiglia di un amabile ragazzino. Eppure qui non si vede molto di tutto ciò. Quello che colpisce fin dalle prime scene del film è il tremendo dolore che il protagonista, Arthur, trascina con sé nell’inesorabile cammino verso la pazzia. Egli è un clown a noleggio e il suo sogno è quello di diventare un comico per far ridere la gente. Fatalmente Arthur è affetto da uno strambo, quanto inquietante, disturbo psicologico che gli causa terribili eccessi di risa anche nei momenti meno opportuni. La sua vita non è certo facile: vive con la madre, malata e demente, in un vecchio e fatiscente condominio di Gotham, il lavoro è mortificante, con colleghi che lo deridono e un burbero capo che non apprezza i suoi numeri. Il malessere del personaggio è palpabile fin dalle prime scene e il suo dolore è evidente anche all’occhio meno sensibile. Arthur soffre. Sta male. Prega la psicologa di dargli nuovi farmaci, perché non vuole più sentire quel dolore che lo attanaglia. E questo dolore tremendo e assordante risuona secco e duro in diverse scene del film. È un dolore che non vogliamo vedere, che non vogliamo sentire. Sullo schermo corrono le immagini di un uomo adulto picchiato da dei ragazzini. Arthur, o meglio, Happy come lo chiama amorevolmente la madre, è steso a terra, rannicchiato in posizione fetale. Non cerca nemmeno di rispondere ai calci e ai pugni che quegli assatanati adolescenti gli scaricano addosso. Se ne sta inerme e indifeso a terra, come il più vile degli animali, ad aspettare che quella scarica di brutalità passi e se ne vada via, lasciandolo più morto che vivo. Si rialza, perché ci si rialza sempre, o almeno così si dice, e si avvia lento e barcollante verso la catapecchia che gli fa da casa. Le cose per Happy non vanno per il verso giusto, mai. Perde il lavoro, la sua psicologa lo abbandona e continua a essere umiliato e deriso. Una sera, in metropolitana, una ragazza viene avvicinata da tre giovani grezzi ma ricchi. L’odore della loro supposta superiorità si sente da lontano. La ragazza li ignora ma Arthur ha un tremendo attacco della sua malattia e inizia a ridere istericamente. I baldi giovani, convinti che quella sguaiata risata sia diretta verso di loro, lo prendono di mira e si avvicinano con cattive intenzioni. La mimica dell’attore è, in questo punto, insuperabile. Happy ride, anzi è devastato, piegato, sotto la forza dell’incontenibile ilarità ma nello sguardo è palese una supplica. “Vi prego, non di nuovo, basta” sembra dire. Eppure ride. Preme le mani sulla bocca, sulla gola, ma quelle stupide risate sono lì, impertinenti e ingestibili. I ragazzi iniziano a picchiarlo violentemente. Tre contro uno. Poi, improvvisamente, quando lo spettatore inizia a temere per il gracile protagonista, Happy sfodera una pistola e spara. Spara, spara e spara. A sangue freddo. Uccide i tre attaccabrighe e fugge via. Qui finalmente si alza il sipario e si aprono le danze, non solo in senso figurato (il ballo di Happy, nello squallido bagno pubblico, è una delle scene più drammatiche e ipnotiche del film). Happy veste i panni del clown quando commette il crimine. Le telecamere della metro riprendono un pagliaccio pazzo che uccide tre poco di buono e la notizia fa presto il giro di Gotham. Sorprendentemente, i cittadini, quello strato emarginato e lasciato a se stesso della città, prendono le parti di Arthur e iniziano a idolatrarlo come un vero e proprio salvatore. Ora ha inizio la vita del Joker.

Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente

dice Happy durante l’ultima seduta con la psicologa, dopo l’omicidio

ma esisto. E le persone iniziano a notarlo

Il dado è tratto, les jeux sont faits. Il bambino ha imparato che se fa il cattivo qualcuno lo nota: finalmente c’è qualcuno che lo ascolta.

Cosa abbiamo visto fin qui?

Abbiamo visto che Arthur è una Persona, vera e propria, reale nella suo tragicità. È l’amico un po’ giù che passa un periodo buio. È il fratello che si chiude in camera e diventa taciturno. È il cugino strambo che tutti prendiamo in giro. Il bambino che siede in fondo, bullizzato dai compagni. Arthur, in fondo, sei anche tu, quando vedi tutto nero ma cerchi di fare un sorriso allo specchio, anche se lo sai che c’è poco da sorridere. È impossibile non provare un briciolo di compassione per questo clown emaciato che tenta di far sorridere tutti i bambini che incontra. Perché Arthur è strano, certo, ma soprattutto è anche buono. La sua vita squallida e triste commuoverebbe anche il cuore più duro. E quindi, quando impugna la pistola e spara a quei ragazzi di buona famiglia che lo hanno picchiato a sangue, di nuovo, non riesci a fargliene una colpa. Nessuno lo ha aiutato, Happy si è solo difeso, pensi. Eppure… eppure già si nota, proprio qui, l’inizio del tracollo e la comparsa del nuovo personaggio. Con l’omicidio, Arthur libera il Joker, che da anni se ne stava dormiente al suo fianco. Egli altro non è che la parte irrazionale e folle che alberga in ognuno di noi. Il Joker di certo non è “buono” ma sarebbe difficile farlo passare per il “cattivo” a tutto tondo. In lui albergano bontà e cattiveria, proprio come in ogni uomo. Arthur è il bianco che porta in sé il seme del nero, Joker è l’oscurità che non riesce a lasciar spegnere quell’ultima, fioca luce che lo illumina. È proprio questo che tanto ci attira verso il Joker di Todd Phillips.
Perché lui rappresenta quello che, in potenza, potrebbe essere ciascuno di noi.
Perché nessuno è solo buono o, al peggio, cattivo.
Perché non esiste bianco senza nero e nero senza bianco.
Perché, in fondo, “siamo tutti un po’ clown”.

 

 

Articolo con la firma di Marta Scattolin

 

 

 

 

Rating: 5.0/5. From 1 vote.
Please wait...
Tags
Mostra di più

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Adblock rilevato

Per favore supportaci disattivando il tuo blocco di annunci