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Ifigenia

Articolo con la firma di Beatrice Eboli

Il mito di Ifigenia risale a circa duemilacinquecento anni fa; lo si ritrova nella parodo dell’Agamennone (vv. 228-243) di Eschilo (Eleusi, 525 a.C. – Gela, 456 a.C.), e successivamente nell’Ifigenia in Tauride e nell’Ifigenia in Aulide di Euripide (Salamina, 485 a.C. – Pella, 407-406 a.C.). Tale mito continua a perdurare nel tempo riscuotendo il medesimo fascino ed interesse da parte dei fruitori più raffinati ma anche del pubblico meno avvezzo a tale tematica che rimane ammaliato dalla complessa natura tragica di questo personaggio femminile tramite la messa in scena di suggestive riproduzioni teatrali, musicali e cinematografiche.
Per quanto riguarda la tradizione musicale basti pensare alle opere di Christoph Willibald Gluck e di Domenico Scarlatti. Gluck il 19 aprile 1774 mise in scena all’Operà di Parigi l’Iphigénie en Aulide, opera francese in tre atti su libretto di Le Bailly du Roullet, tratto dalla tragedia Iphigénie (1674) di Jean Racine, a sua volta basata sull’Ifigenia in Aulide di Euripide; Gluck successivamente, nel 1779, mise in scena, sempre all’Operà, una tragedia lirica in quattro atti: Iphigénie en Tauride su libretto di Nicolas François Guillard. Domenico Scarlatti, invece, nel 1713 nel teatro privato di Maria Casimira a Roma, mise in scena due melodrammi: Ifigenia in Aulide e Ifigenia in Tauride. Inoltre, la coreografa e ballerina di fama mondiale Pina Bausch (Solingen, 27 luglio 1940 – Wuppertal, 30 giugno 2009) ha reso l’Ifigenia un’eroina della danza contemporanea. Spostando il focus dall’ambito prettamente spettacolare a quello letterario, tra il 1670 e il 1980, si hanno rivisitazioni del mito da parte di Goethe, Racine e Ritsos. Gerhart Hauptman, premio Nobel nel 1912, dedicò durante la Seconda Guerra Mondiale una tetralogia al mito di Ifigenia. Nelle prossime pagine, dopo una breve sintesi sull’evoluzione di questo mito in Eschilo ed in Euripide, mi soffermerò sull’analisi dello spettacolo teatro-danza di Pina Bausch dedicato ad Ifigenia, ponendo a confronto alcuni elementi di regia e scenografia.

Nell’Agamennone, Ifigenia fu condotta con l’inganno in Aulide dove era ancorata la flotta greca in attesa della partenza verso Troia. L’indovino Calcante disse che, se non ci fosse stato il sacrificio della fanciulla agli Dei, i venti non sarebbero mai divenuti favorevoli per i Greci e avrebbero impedito loro di raggiungere Ilio. Agamennone, quindi, sacrificò la figlia e l’esercito poté riprendere il suo viaggio:

[Ifigenia] colpiva ognuno dei sacrificatori con un dardo
commovente scagliato dagli occhi
spiccando come un dipinto, e chiamarli per nome
avrebbe voluto, poiché spesso
nelle sale dalle belle tavole della casa paterna
aveva cantato, e ancor vergine con voce pura
caramente celebrava alla terza libagione
il beneaugurante peana del padre amato.[1]

In questo passo (vv. 240-247) è evidente la supplica degli occhi di Ifigenia, pieni di dolore sentendosi tradita da coloro che conosceva e credeva amici; il suo sguardo chiede una pietà che non si manifesterà. Ella è vittima innocente del potere degli uomini e di una guerra che non ha né voluto né combattuto.
Euripide successivamente riprese il mito, in esso, però, Ifigenia non muore ma viene salvata dalla dea Artemide che la trasporta in Tauride; il tragediografo scrisse due tragedie in successione inversa rispetto alla cronologia del mito, Ifigenia in Tauride (scritta tra il 414 e il 411 a.C.) ed Ifigenia in Aulide (rappresentata postuma); in quest’ultima tragedia Ifigenia, in un primo momento, si mostra spaventata dal tragico destino che l’attende e supplica il padre di salvarla (vv. 1211-1367); le sue preghiere sono vane e la fanciulla si ritrova, con un rapido cambiamento di atteggiamento, ad accogliere senza paura la sua imminente morte che ora le appare gloriosa; la fanciulla nei versi 1368-1509 riprende alcune affermazioni del padre Agamennone ma è più convinta di lui nel pronunciare quelle parole e sarà lei a salvare la coscienza del padre che appare combattuto nella decisione da prendere, se sacrificare o meno la figlia, condizionato dall’indovino Calcante e da Odisseo che, invece, sono convinti del sacrificio di Ifigenia e della Guerra che deve riprendere il suo corso il prima possibile. Di seguito riporto le parole pronunciate da Ifigenia nel momento in cui accetta il suo destino auspicandosi la gloria (vv. 1373 -1390):

Achille non deve battersi contro tutti i Greci e morire per una donna.
Un solo uomo merita di vivere più di migliaia di donne.
E se Artemide vuole prendere la mia vita,
dovrei oppormi a una dea, io che sono mortale?
Assurdo.
Io offro la mia vita alla Grecia.
Sacrificatemi, e distruggete Troia.
Il mio gesto sarà ricordato a lungo:
sono questi i miei figli, le mie nozze, la mia fama.[2]

Ifigenia qui è solo apparentemente l’eroina del dramma poiché la sua decisione di immolarsi volontariamente al sacrificio non è altro se non un condizionamento indiretto che ella subisce e che le fa credere che morire gloriosamente per la salvezza della patria sia più dignitoso che non morire da vili, scappando alla propria sorte:

Ella trova nel pianto suo di fanciulla la sola via per opporsi. Subito dopo, però, ascoltando il dialogo di Clitennestra e di Achille, ha modo di riflettere più attentamente e di avere come una rivelazione, che capovolge interamente i suoi atteggiamenti. Si rende allora conto che il suo atto avrà una risonanza sconfinata per l’Ellade, che da semplice figlia di re la farà gloriosa patrona delle genti greche. Gradatamente si accende in lei un fuoco di sacrificio, che la consuma. Questo crescendo di esaltazione dà l’impressione che ella sia la figura preponderante del dramma: è un’illusione prospettica che nasce dal fascino dell’appassionata ingenuità della fanciulla, rapita da un suo tiepido sogno di generosità.[3]

Nell’Ifigenia in Tauride la fanciulla subisce un ulteriore evoluzione: da vittima si trasforma in carnefice; la dea Artemide dopo averla salvata dal sacrificio del padre, sostituendo al suo posto un cervo, la porta in Tauride. Ifigenia diviene la sacerdotessa del tempio di Artemide con il compito di celebrare sacrifici umani, più precisamente ella consacra i corpi degli stranieri uccisi da terzi. Ifigenia, isolata in quella terra selvaggia, lontana dalla sua patria, prova un grande senso di solitudine affettiva. La situazione cambia radicalmente nel momento in cui elle viene a sapere che sono approdati, sul suo territorio, due stranieri greci: il fratello Oreste e Pilade. Attraverso l’astuzia, l’intelligenza, un sapiente uso dell’arte oratoria e grazie all’aiuto della dea Atene, Ifigenia, dopo una serie di eventi, riuscirà a fuggire da Tauride ma dovrà continuare, secondo il volere della dea, a svolgere il suo ruolo di sacerdotessa nel santuario di Brauron. Ifigenia risulta nuovamente vittima e succube di un potere altrui ossia quello della dea che con il compito assegnatole condiziona definitivamente la sua esistenza.

I due momenti della vita di Ifigenia, il sacrificio e il sacerdozio in Tauride, vengono ripresi dall’artista Pina Bausch, la quale nel 1992 presentò in Italia al teatro Regio di Torino Iphigenie Auf Tauris: lo spettacolo su musica di Cluk creato nel 1974 per il teatro dell’Opera di Wuppertal e ripreso in una nuova versione che ne ripropone intatti, a distanza di anni, gli stilemi fisici dell’universo Bauschiano.

Pina Bausch, fu una coreografa tedesca, che diede vita a un teatro-danza in cui la coreografia è una partitura del movimento di corpi che applicano la precisione tecnica a gesti e situazioni minimali dalla forte intensità espressiva. Ad esempio, in Kontakthof (1978) e in 1980 (1980) tutta l’azione si compone di un’alternanza di sketches ad attimi corali; in Cafè Muller (1978) una donna attraversa, sbandando, uno spazio colmo di sedie che vengono freneticamente spostate al suo passaggio. Negli spettacoli di Pina Bausch diviene quasi impossibile distinguere l’ambito del teatro da quello della danza. L’Iphigenie Auf Tauris si presenta come uno spettacolo:

severo, privo di orpelli e concessioni all’estetismo, di una veemenza asciutta e atemporale, questa rinata Ifigenia esclude segnali di “tendenza” o “avanguardia”. Scarta ellenismi o rivisitazioni filologiche, boccia a priori progetti di incursioni ammodernanti tanto nel mondo della Grecia classica quanto nel secolo di Gluck. Dichiara, all’ opposto, una geografia di passioni assolute, non determinabili in un tempo storico. Restituisce alla danza la sua dimensione rituale.[4]

I cantanti sono disposti nei palchi, fuori dalla scena, mentre il coro e l’orchestra diretta da Peter Gulke sono posti nella fossa d’orchestra. I ballerini solisti sul palcoscenico riproducono movimenti e azioni dei cantanti solisti, mentre il corpo di ballo riproduce le azioni dettate dal coro. L’azione drammatica prende vita attraverso i movimenti plastici dei ballerini che sono i veri protagonisti dello spettacolo che si compone di oltre centocinquanta artisti; sono da porre in risalto soprattutto i danzatori Malou Airaudo nel ruolo di Ifigenia e Dominique Mercy nel ruolo di Oreste; il crudele re Toante è interpretato da Lutz Forster e Pilade da Bernd Marszan. L’intento di Pina Bausch fu quello di ricreare lo spazio vasto ma al contempo intimo degli anfiteatri greci in cui il coro, attori e orchestra sono vicini al pubblico.

La scenografia presenta i colori dominanti del bianco e del nero che si impongono agli occhi del pubblico attraverso l’utilizzo di grandi drappi; lo spazio è spoglio e geometrico, agli antipodi rispetto alla messa in scena rappresentata nell’Ifigenia in Tauride di Euripide, in cui il dramma si apriva con la raffigurazione  della facciata del tempio di Artemide e davanti ad essa un altare sporco del sangue dei sacrifici umani. Per quanto concerne il contenuto, la storia viene ripresa dalla Bausch con considerevole fedeltà al libretto dell’opera con la firma di Nicolas Francois Guillard. La vicenda portata sul palcoscenico, infatti, mostra Ifigenia in Tauride nell’atto di consacrare i corpi senza vita degli stranieri che vengono uccisi dopo essere approdati in quella regione. Inoltre, la fanciulla sa che la sorte che toccherà al padre Agamennone sarà quella di morire, pugnalato dalla moglie Clitennestra; lontana da tutta la sua famiglia, in una terra lontana, inizia a provare un sentimento di solitudine. La situazione diverrà ancor più drammatica con l’irrompere sulla scena del r\e degli Sciti, Toante (rappresentato sul palcoscenico con un enorme  e vampiresco cappotto di cuoio nero) che pretende dalla sacerdotessa Ifigenia il sacrificio di due naufraghi: Oreste, fratello della fanciulla (la quale però lo crede morto) e Pilade.

L’Ifigenia nella rivisitazione della Bausch è il ritratto di tutte quelle persone costrette a vivere lontane dalla propria patria e che si sono dovute confrontare con luoghi e leggi nuove: è anche il ritratto di chi è disposto a porre a repentaglio la propria vita per il bene di chi ama e la rappresentazione di una eroina solitaria ma anche combattiva che tenta di sopravvivere in un mondo di violente sopraffazioni maschili.

Vi lascio di seguito il link dover poter assistere alla visione di un piccolo frammento dello spettacolo di Pina Bausch: https://www.youtube.com/watch?v=kVz3_GKW2ew

 

NOTE:

[1] Eschilo, Orestea, traduzione di Vincenzo Di Benedetto, Milano, Bur, 1995, p. 251.

[2] Euripide, Ifigenia in Aulide, a cura di G. A. Cesareo, Roma, Società editrice Dante Alighieri, 2010, pp. 150-151.

[3] Ivi, p. 7.

[4] Leonetta Bentivoglio, Pina Bausch trionfa con Ifigenia, in La Repubblica, 7.06.1992, sito web: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/06/07/pina-bausch-trionfa-con-ifigenia.html ultima consultazione in data 01.12.2019.

 

BEATRICE EBOLI

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