FantasyRacconto Breve

Il Risveglio

Ania Telbalisa

Nelle sue orecchie continuava a risuonare la voce di suo padre che le pregava di andare via, trovare rifugio tra gli esseri umani, mentre il palazzo si riempiva di urla, sangue e disperazione. Non voleva lasciare la propria famiglia, mischiarsi in mezzo a persone inferiori a lei, una dhøminyan, e far finta che la ribellione dei Nephilim non ci fosse mai stata. Per la seconda volta nella sua esistenza aveva provato paura e aveva preso consapevolezza di non essere la principessa forte e coraggiosa che voleva diventare. Quando era caduta nel Portale, si era sentita avvolta da un turbine di sensazioni asfissianti, capaci di impedirle di pensare lucidamente, di affrontare con razionalità la cosa. Si sentiva in colpa, perché, se solo fosse stata più veloce, i draghi sarebbero potuti arrivare in tempo e bruciare quei ribelli; solitamente non si immischiavano in faccende che non avessero a che fare direttamente con loro, eppure sembrava che il loro re le desse ascolto e volesse guidarla verso qualcosa di ancora ignoto.
Il viaggio non fu lungo, occorreva un battito di ciglia per trovarsi da una parte all’altra, ma a lei parve comunque infinito. Il proprio corpo sembrava comprimersi, quasi come fosse avvolto in una morsa stretta e opprimente simile a mille mani avvinghiate in ogni dove. Poi, nel momento in cui la sua schiena toccò finalmente il suolo terrestre, i suoi occhi neri dovettero impiegare del tempo per mettere a fuoco l’ambiente circostante. Il sole non risplendeva nel cielo, ricoperto da minacciose nuvole grigie. C’era un forte odore di umidità, misto ad altro che non aveva mai sentito prima di allora. Realizzò di essere su una spiaggia solo a causa del rumore delle onde frastagliate sulla costa, che finirono col bagnarle il braccio destro e i capelli d’argento. Constatò, girando appena il viso verso l’orizzonte, che il mare degli umani era molto diverso da ciò a cui era abituata: meno limpido e, soprattutto, salato come le lacrime che le iniziarono a rigare il volto, deformato da un’espressione di dolore. Voleva tornare su Dhøm a combattere, voleva salvare la propria famiglia, voleva, insomma, la normalità. Già aveva sofferto quando i suoi fratelli le erano stati portati via, anch’essi per camuffarsi sulla Terra, quindi pensare di aver davvero perso ogni cosa la feriva nel profondo. Si trovava sola, in mezzo a della gente di cui aveva studiato abitudini e costumi, anche alcune lingue, perché era in essa che i demoni creavano maggiore confusione, trovandovi la corruzione giusta. Cosa avrebbe potuto fare, senza avere conoscenze sul luogo in cui si trovava?
Delle gocce di pioggia iniziarono a colpirle la pelle candida e le guance appena arrossate. Poteva chiaramente avvertire quanto fossero rinfrescanti contro il corpo che stava andando a fuoco e voleva liberarsi da ogni cosa. Decise di rimanere lì seduta, ferma con le ginocchia al petto, ad aspettare nemmeno lei sapeva cosa. Non le importava dei vestiti fradici, probabilmente anche inusuali per gli esseri umani, visti i colori sgargianti dei pantaloni bordeaux e dei ricami sulla tunica in seta nera, se qualcuno fosse passato di lì e l’avesse notata chissà che avrebbe pensato. Inserita nel fodero c’era la spada della famiglia, unica cosa preziosa che i suoi genitori le avevano affidato, e probabilmente avrebbe dovuto nasconderla. Non riusciva ancora ad impugnarla bene, dato che il suo fisico non era ancora del tutto maturo, ma avrebbe fatto pratica. La avvicinò a sé, stringendola contro il petto, come se potesse sentire in essa tutta la forza dei suoi cari che le dicevano di andare avanti, che tutto sarebbe andato per il meglio. Doveva essere forte, un’erede al trono degna di questo titolo e una futura regina altrettanto impeccabile. Quel pensiero fece istintivamente muovere lo sguardo verso la propria mano sinistra, sul cui palmo svettava ancora la ferita fresca che lui le aveva fatto, per poter stringere il patto.
L’Ombra le aveva afferrato di scatto il polso, costringendola a voltarsi. La giovane non ebbe nemmeno il tempo di finire di sistemarsi le vesti, perché qualcosa di affilato le attraversò il palmo sinistro. Realizzò, solo dopo, che c’era un taglio non indifferente che partiva dalla base del pollice a quella del mignolo, ma non stette a fissarlo troppo a lungo, dato che l’Anticristo aveva fatto congiungere i loro palmi, iniziando a mormorare una formula arcaica. L’albina fece per ritirarsi, tuttavia non ne era in grado, a causa del contratto che stavano stipulando e del loro sangue ormai mischiato, vincolo di un legame inscindibile.
«Ora sei mia, definitivamente, principessa. Quando ci sarà la mia venuta, tu regnerai al mio fianco come Regina dell’Inferno. Nessuno avrà il diritto di toccarti e tu farai altrettanto»
Stava ascoltando quella voce bassa e ipnotica senza realizzare di aver seguito poco di quella promessa – o sarebbe stato meglio dire maledizione?
Gli occhi cremisi la tenevano immobile, con le palpebre socchiuse, come se fosse in preda al canto di una sirena.
Nel momento esatto in cui interruppero il contatto, la principessa si rese conto che quanto le era stato sussurrato le aveva imposto delle catene indistruttibili. Forse, non lo voleva, forse le faceva piacere sapere che un giorno, proprio come Lilith e Ludmila avrebbe governato su legioni infinite di diavoli. I suoi stati d’animo erano contrastanti e una voce nella sua testa le stava urlando di tornare indietro, tuttavia, quando piantò le iridi oscure in quelle fin troppo accese del compagno, le insicurezze vennero messe a tacere da un semplice “E sia” che e uscì dalla bocca.
Le vesti vennero di nuovo abbandonate sul suolo erboso, le loro labbra continuarono a cercarsi selvaggiamente e, quando l’Anticristo si impossessò di nuovo del suo corpo non più vergine, poté vedere come il sangue che le fuoriusciva dalla ferita gli stava macchiando la schiena marmorea di un nero cupo.
La cicatrice svettava ancora sul palmo, ma dopo quell’episodio aveva sempre evitato di soffermarsi troppo su quanto aveva visto. Il Principe le aveva spiegato che, forse, il colore nero poteva dipendere dalla magia che in quel momento era in circolo in entrambi, e come spiegazione le era bastata. Non sapeva neanche perché ci stesse ripensando.
A ridestarla dai propri pensieri ci pensò un tocco delicato sulla propria spalla. Non si era accorta della presenza di qualcun altro, né dell’improvviso tanfo di cadavere propagatosi nell’aria. Però conosceva quell’odore e, soprattutto, la fragranza di rosa che, tutto sommato, risaltava in mezzo al puzzo.
«Andrà tutto bene, principessa. Fatti forza, l’Inferno è con te»
La voce di Lilith le accarezzò le orecchie, come un canto materno che la rincuorò improvvisamente.
«Alzati, piccola mia, non puoi restare qui. Ti aiuterò io» le mormorò, palesandosi in tutta la sua bellezza. Aveva un viso, giovane e sensuale, su cui risaltavano le iridi color nocciola, e la pelle mulatta sembrava non riportare alcuna imperfezione. Tra le mani stringeva un ombrello e il tailleur blu notte che indossava le conferiva un’eleganza non indifferente.
La Regina aveva sempre avuto un non so ché di protettivo, ai suoi occhi. L’epiteto “Madre dei Demoni” le calzava a pennello per quel motivo, però Flørix aveva anche assistito alla furia omicida che la rendeva così temuta. L’odio nei confronti di un Dio che l’aveva esiliata e di un uomo che avrebbe dovuto, secondo la loro idea, calpestarla continuava a scorrerle fresco nelle vene, rendendola una delle creature più forti dell’Inferno. La giovane l’ammirava tanto, molto più di quanto non facesse con la nuova sovrana, perché, un po’ come Lucifero, nonostante tutto era stata capace di rialzarsi, di non vivere nel rimpianto come facevano molti Caduti.
«Dove andrò, Madre?» sussurrò solo, risollevandosi e tenendo stretta l’elsa della spada. Le venne spontaneo rivolgersi alla donna in quel modo e sapeva che forse aveva sbagliato.
La sovrana le rivolse uno sguardo compassionevole, portandosi una ciocca di capelli castani dietro l’orecchio, e, quando sulle labbra rosse e carnose le si formò un sorriso, l’albina avvertì una strana sensazione di calore, prima di abbandonarsi ad un sonno profondo.
L’ultima cosa che avvertì fu una nube di fumo che trascinò entrambe lontano.

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