Poesia

Senza peso

Beatrice

Il mio corpo anacoluto
rimane sospeso, non si risolve
la sgrammaticata sintassi
d’un istinto muto:
appetito.
Sulla materna ceramica bianca
soffia sospiro debole
nel suo imperativo: mangia.

Il mio corpo anacoluto
steso su materassi foderati di silenzio
non esperisce il risveglio
il corridoio camera-soggiorno è deserto di passi.
Inappetenza. 
Sulla vuota sedia nera
si sofferma sguardo lucido paterno
le ciglia schiudono l’imperativo: mangia!

Il mio corpo anacoluto
viene graffiato dal vento che asciuga pelle umida di sale
in granelli depositati su sporgenze ossee,
le clavicole son lancette rotte che non rintoccano
il sacro rito del convivio.
Sulla fraterna torta
si posa la lama d’un coltello
ministro d’un imperativo: mangia!

Il mio corpo anacoluto
tenta di risolversi nella trasgressione dell’enunciato:
vuoto che si mangia il vuoto.
Le mie mani sacerdotesse
riempiono il piatto.
Bicchieri di vetro riflettono la mia epidermide bianca
voci di stoviglie intonano: sei troppo stanca…
Gira tutta la stanza, indietreggia l’imperativo: mangia!

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