Suburbana

Un poeta ci ha lasciati

Articolo con la firma di Gianluca Ceccato

Un poeta ci ha lasciati, non di quelli alla Ginsberg o Ferlinghetti, ma di quelli classici come Whitman o Bradstreet, uno che come dice sempre Flavio Tranquillo – non ha mai fatto passi in vita sua – e in un’era di prosa inconsapevole è stato lo scrittore più attento alla metrica ad aver mai messo piede allo Staples Center. Si chiamava Kobe Bean Bryant, o forse è più corretto dire si chiama, poiché chi è dotato del dono dell’immortalità è obbligato a restare con i piedi in aria e le braccia alte per sempre, mentre tutti guardano e i muscoli tirano e si dilatano, fino a respingere la forza di gravità e rendere vano ogni tentativo di atterraggio. Si chiamava “Black Mamba”, o forse è più corretto dire si chiama, poiché chi scrive un poema lungo 33.643 pagine deve rassegnarsi, non c’è scampo, non può semplicemente svanire lasciando il suo posto ad un fantasma passato, presente o futuro, gli è vietata ogni forma di censura storica, lui non si può nascondere, non può lasciarci soli a contemplare un pallone che senza le sue mani finirebbe per rimbalzare all’infinito in una stanza vuota, deve restare, deve trasformare i rimbalzi in palleggi, il rumore in armonia, il vuoto in amore e dedizione. Era alto 196 cm e pesava 96 kg, o forse è più corretto parlare al presente, o ancora meglio dubitare di questi dati. In questo momento nel 2006, più precisamente il 22 gennaio, mi trovo a casa con mio fratello Matteo, entrambi davanti al televisore, il numero 24 ha fatto 81 punti in una partita, seconda prestazione NBA di sempre dopo l’inarrivabile Walt Chamberlain, per rincarare la dose ne ha segnati 55 in un solo quarto. Io non ne capivo molto, all’epoca avevo 9 anni, ma una cosa riuscii a percepirla e conseguentemente digerirla appassionandomi alle 9 Arti, ovvero l’innamoramento verso un gesto poetico.
In quel preciso istante iniziai a seguire il gesto, non lo sport, ma la genialità imprevedibile appunto di un poeta senza tempo, un poeta con canotta gialla, la stessa che mio fratello comprò e indossò fieramente al campetto con gli amici, simbolo di ispirazione massima, lampo nel buio, piedi nel vuoto, mano nel cielo. Kobe non ci ha lasciato, sta solo per atterrare, ora mancano 5mm, posso vedere le suole poggiare sul parquet, il pubblico esulta, ha segnato, mancano 4 secondi alla fine…

4…3..2…1

I Lakers hanno vinto.

Per citare i Radiohead, la gravità vince sempre, non dobbiamo avere paura, un giorno cadremo a terra tutti in un modo o nell’altro, ad occhi chiusi così come siamo nati.

Un poeta ci ha lasciati, non di quelli che amavano scrivere ma di quelli che amavano agire, e in un era di stantia neutralità è stato il combattente più attento al gesto ad aver mai messo piede sulla terra.

Ho comprato il giorno

scappando dalla notte,
allenato l’orizzonte
accarezzando le scarpe,
perduto il buio
scappando dalla luce.

Non ho scelto di essere messo al mondo

ma ho scelto di rimanerci,
è solo un battito a separarci
dalla veglia,
uno scoglio a proteggerci
dalle onde,
una mano a spingerci oltre
GIANLUCA CECCATO
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