Racconto Breve

Fiore scarlatto

Marta Scattolin

Corro veloce per le strade del paese. Spingo sui pedali e sento i muscoli sciogliersi, dopo il lungo letargo degli ultimi mesi. Diventare padre è stato un bell’impegno. Notti insonni, nuovi ritmi, nessuna vacanza, non una pausa o un momento per me. È la prima volta, dopo sette mesi, in cui riesco a trovare del tempo per rilassarmi. Inspiro a fondo e sento l’aria gelida entrare nei polmoni. Il corpo si scalda, spinto dallo sforzo della pedalata. Il vento mi sferza il viso e io sorrido, mentre sento le mie gambe ritrovare i vecchi ritmi. Dopo tutto, non ho perso la stoffa, penso mentre cavalco la bicicletta. Rallento un po’ solo per guardare le luminarie del parco che lambisce la strada. Mancano pochi giorni al Natale e penso di non essere mai stato così felice in tutta la mia vita. Sarà il primo Natale che passeremo in tre, finalmente. Sorrido pensando a quella tenera creatura rosa che dorme nella culla, nel caldo della nostra casa. Penso di aver capito davvero cosa sia l’amore quando l’infermiera mi ha messo tra le braccia quella cosa piccola e delicata. Non ho mai amato così tanto nessuno nella mia vita, mai. La amo follemente, la adoro. Quando la guardo, rimango incredulo al pensiero che sia parte di me, che dal nulla io e mia moglie siamo riusciti a dar vita a un tale miracolo. E mi chiedo se la sensazione di non essere alla sua altezza passerà mai. È così fragile e delicata che, a volte, temo di romperla al solo sfiorarla. Sorrido. Sorrido sempre negli ultimi mesi.
Sento il telefono squillare ma non mi fermo. Sono troppo concentrato sulla pedalata e su quell’asfalto che si srotola sotto la bicicletta. Ho quasi finito il mio giro. Accelero un po’ la pedalata e sento il corpo rispondere bene agli ultimi sforzi. Sfreccio veloce, come facevo una volta quando ancora vincevo gare di un certo livello. Testa bassa, occhi fissi sulla carreggiata e gambe che turbinano nell’aria di dicembre. Il telefono riprende a squillare con insistenza ma non voglio rispondere. Non ora, non posso. Sono i miei ultimi minuti. Corro e spingo e ansimo, con l’adrenalina in corpo e il sangue che pompa rabbioso nelle vene. Ancora, il telefono non tace. Improvvisamente si fa spazio un pensiero che mi spezza il respiro. Allungo la mano sulla schiena, rallento e al diavolo il mio tempo. Prendo il telefono e vedo che ho perso ben più di tre chiamate da casa. Ma ormai è troppo tardi. Un camion suona, mi volto e riconosco solo due fanali. Un peso indescrivibile mi colpisce al petto, c’è frastuono ovunque. La bicicletta scivola via, io volo in alto. Ricado metri e metri più in là, sull’asfalto che si tinge di rosso non appena il mio corpo ci rotola sopra, come un burattino che ha perduto i suoi fili. Il buio, un dolore che mi divora ma, prima, un unico pensiero, piantato come un chiodo nella testa: mia figlia.

E mentre io muoio, con il sangue che si apre attorno a me come un fiore scarlatto, mia moglie chiama per dirmi che mia figlia ha detto, per la prima volta, pà-pà.

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