Racconto Breve

Il viaggio di Cristoforo C.

Kenji Albani

Cristoforo C. compì diciotto anni. La mamma gli diede una torta che aveva prodotto la famiglia di sopra, mentre il padre scartò una bottiglia di spumante che aveva acquistato dalla famiglia di sotto. La torta aveva diciotto candeline e Cristoforo C. le soffiò per poi sorridere. Era la sua giornata e non la avrebbe scambiata con nient’altro al mondo.
Cristoforo C. abitava in un appartamento venti metri per venti sviluppato su un solo piano. Bastava uscire nel pianerottolo e se saliva le scale andava dalla famiglia di sopra, se le scendeva si trovava davanti alla porta della famiglia di sotto.
Certi giorni, Cristoforo C. aveva salito le scale per visitare gli appartamenti di sopra e aveva visto tanti pianerottoli con i finestroni che davano sul cosmo. Ogni appartamento era una famiglia come la sua a parte la differenza dell’età dei membri.
Anche nei piani inferiori era la stessa cosa. Tante scale, tanti pianerottoli e famiglie simili, se non identiche, alla sua – ma sempre con le differenze di età.
Cristoforo C. aveva addosso un desiderio di conoscere. Aveva diciotto anni, ormai, e tutto il suo mondo era circoscritto ai trenta o quaranta piani complessivi che aveva visitato. Si chiedeva cosa ci fosse altrove. In quell’imponente torre doveva esserci qualcosa di più interessante che i pianerottoli con le brave porte e poi i finestroni sul cosmo.
«Basta, mamma. Voglio viaggiare».
«Ma figlio mio, cosa c’è che non ti piace?».
«Nulla se non che non conosco quel che c’è intorno a me».
«Figliolo, ascoltami» disse il padre. «Il mondo è questo. Abbiamo i vicini, sono brave persone. Cosa ti interessa di vedere se c’è altra gente? Non ti basta tutto ciò?».
«No, per nulla, papà. Ho diciotto anni e sono certo che ci sia qualcosa di meglio che restare sempre chiusi in casa a lavorare per le altre famiglie di sopra o di sotto».
Scrollò le spalle. «Non so che dirti».
A Cristoforo C. brillarono gli occhi. «L’ultima volta che sono salito fino al ventesimo appartamento sopra di noi ho visto che la scala continuava. Ci dev’essere altro, ne sono sicuro. Se noi scambiamo cibo e bevande con le famiglie intorno, anche loro avranno altre famiglie con cui fare affari».
Il padre mise le mani in tasca e fece la faccia di chi voleva pazientare. «Fossi in te penserei a imparare un lavoro, non a queste sciocchezze. Ma sei giovane e quando si è giovani si è curiosi. Cosa vuoi fare? Vuoi andare fino al ventunesimo appartamento sopra il nostro?».
«No, non solo. Voglio vedere cosa c’è sul tetto della nostra torre».
Il padre di Cristoforo C. guardò la moglie e lei fece un gesto che lo esortava a pazientare.
Allora il padre disse: «Come vuoi. Basta che torni, che ti devo insegnare come dovrai vivere. Ho bisogno di aiuto nel mio lavoro».
Cristoforo C. preparò lo zaino e i genitori gli diedero un centinaio di Euro. Lo baciarono, lo abbracciarono e gli dissero: «Torna presto. Ci mancherai». Ma Cristoforo C. era già proiettato verso il limite che aveva sfiorato tempo prima. Era giovane e non voleva pensare ai genitori. Quelli erano solo delle persone chiuse che non si facevano mai domande.
Cristoforo C. salutò i genitori che erano alla porta accanto al quadretto con la barchetta rossa e salì le scale. Contò gli appartamenti e, dopo il ventesimo, ebbe un tuffo al cuore: non era mai andato oltre di lì.
Cristoforo C. continuò l’ascesa e vide sempre lo stesso paesaggio. Pianerottoli con porte che non si aprivano mai, o che se erano aperte facevano vedere una famiglia che si industriava nel vivere, e poi i finestroni sul cosmo.
Proseguì, proseguì e il tempo trascorse. Perse il conto dei piani che aveva visitato e gli parve che ne avesse visti… quanti, per l’esattezza? Centinaia, se non migliaia. Non seppe quanto tempo ci volle, ma si annoiò. Era tutto uguale e cambiavano pochissimi particolari – sempre che ci fossero. Se nel suo pianerottolo c’era il quadretto con la barchetta rossa, nella maggioranza di quelli che vedeva non c’era mai una decorazione distintiva. Era tutto così uguale, così squallido.
Dopo mesi di cammino sulle scale, Cristoforo C. ebbe un singulto. Quel pianerottolo gli ricordava qualcosa. Era molto simile a uno di quelli inferiori che aveva visitato tempo prima.
Cristoforo C. seguitò a salire le scale e vide un pianerottolo con un quadretto che raffigurava una barchetta rossa.
Quella barchetta rossa…
Cristoforo C. l’aveva vista tante volte. Sin da quando era piccolo. Allora bussò alla porta.
Gli aprì sua madre. «Sei tornato! Oh, quanto tempo… Un anno almeno. Allora? Adesso che sei contento vuoi imparare un lavoro?».
Cristoforo C. era attonito ed entrò in casa.
Arrivò il padre. Si pulì le mani in un panno e disse: «Hai visto quel che volevi, no? Ora devi darmi retta…».
Ma Cristoforo C. non lo ascoltò. Aveva capito. La torre in cui abitava, quel condominio, era solo un circolo la cui unica fine era il punto di partenza. Aveva salito, salito, salito, per poi ritrovarsi nell’appartamento in cui aveva salutato i genitori. Il mondo era questo, una torre circolare con intorno il cosmo e basta.
Cristoforo C. preferì non fare nulla. Depose lo zaino e senza neppure darsi una pulita si sedette su una poltrona e fissò il vuoto. Il vuoto era molto più bello del sapere la verità. Si sentì morto dentro.
I giorni trascorsero e il padre gli disse: «Ragazzo mio, devi darti una mossa…».
Cristoforo C. eruppe in un urlo e dibattendosi e picchiandosi si spogliò e pianse.
«Che fai? Sei impazzito?». Il padre si impaurì.
Cristoforo C. sbavò e provò a rispondere, a confermare che era impazzito, ma non ce la fece. In cuor suo, ne era certo, era meglio essere pazzi che sapere di essere rinchiusi in una struttura simile.

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