Poesia

Sulla poesia

Lucia Tradii

I poeti vivono di notte
quando il fresco plana dai colli,
quando l’orologio sorride dal vetro al dì pauroso,
quando ovunque sembra valle.
I poeti scrivono nelle tenebre
aiutati da candele, torce, fuochi fatui,
schegge di vulcano, tornado di fiamme divine.
Le loro penne scivolano
tra i sentieri foschi dei pendii.
Me lo ha detto una persona
che ora guida un carro di luce
trainato da un cavallo nero e da uno bianco
con cui sfregia il cielo
quando le cupole non bastano più.

Walt, vienimi a trovare finché c’è tempo,
finché sento in fondo al cuor qualcosa.
Insieme potremmo scalare le montagne
e dalle vette più alte dare sfogo
ai nostri ringhi personali.
Sento che mi resta ancora una fiammella,
ma è un fuoco che vacilla sempre più.
Da quant’è che non mi ubriaco di sole.
Da quant’è che non scavo con le mani.
Ora infilo i guanti e schifo i calli.
Ma voglio sperare di poter ancora scaldare
le membra con la fiamma viva che porto.

Leggo poesie alla sera
come una preghiera disperata.
Sono prigioniera della mia stessa carne.
Conto sulla pelle i segni
di un vuoto che mi riconosce,
in cui lieta sguazzo.
Sento i rami fremere
sotto il peso dell’aria furente,
porgermi domande
che io non so tradurre.
Sono prigioniera della mia stessa luce.

Mi pare di stare su questa sedia
da uno, undici, centomila anni,
tesa come l’ultima corda che regge.
Gli occhi sono biglie di fuoco
e tutti i miei scritti, reali
o accucciati nel Morfeo,
godono nel bruciare.
Fuori un acquazzone rabbioso
alza le gonne alle Muse,
loro lontane, la porta chiusa.

E qui dentro, e qui dentro
vorrei metterci di tutto.
Ma non ho niente, non ho niente.
E che aggiungere?
Perché aggiungere?
Togliere, togliere.
Fare spazio. Non traboccare,
che pure questo vuoto
ha bisogno di sentire.

Al giorno d’oggi
la poesia si è tolta il vestito buono.
Viaggia con scarpe dai lacci sciolti.
Appena può fa un tuffo
nel fiume che mi scorre
tra i seni e nel profondo,
che mi fa piangere a volte.

Un giorno dovrò prendere una picca
e spaccarmi il petto
per trascinare fuori
le creature che dormono.
Se le risveglio, a patto che ci siano,
un giorno forse qualcuno
le leggerà,
ma sarò io a doverle affrontare.

Mi chiedono perché.
Perché?
C’è bisogno di dirlo?
Perché la poesia è tutto
e io sono niente
senza questa vita.

Ho scritto poesie
quando ancora non le capivo,
esercizi fanciulleschi
che mi hanno portata sin qui.

Erano gli ultimi giorni di primavera
e tu mi sussurravi “domani, domani”.
Oggi il vento ha ballato coi rami
e se mi avvicinavo un poco
le foglie d’ambra parevano cantare
“domani, domani”.

Le mie poesie non piacciono più a mia madre.
Quando le vuole leggere
fruga tra i miei stracci e nelle mie ossa,
estrae pepite grosse quanto un’unghia,
le ultime bagnate dall’infanzia.
Vorrei dirle: “Fermati e guardami,
perché così come sono non lo sarò mai più”,
oppure: “Continua e fammi tornare”.

Dentro la mia testa vive una cicala e
non riesco più a vedere quel che veramente c’è.
Non so come sia entrata.
Sarà qui da quest’estate.
Gridar tanto le compiace
e mi dà dell’incapace.
Quando poi si calma, mi domanda
perché scrivo ancora e
cerco la risposta pronta
che però non c’è.
Ripenso al mio percorso,
se percorso si può dire,
e vedo una ragazza sopra il letto
mentre scrive.
Allora cara mia cicala,
– le ho risposto così un giorno –
si capisce ciò che si ama,
ma non ciò di cui hai bisogno.

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