Racconto Breve

Uno scherzo idiota

Lorenzo Naturale

Mi svegliai di soprassalto, o forse no. Il telefono squillava. Dalla penombra fresca della stanza potevo percepire, al di là della porta e attraverso il corridoio, qualcuno muoversi in cucina. Rimasi steso a letto: ero convinto che, chiunque fosse stato, si sarebbe occupato presto di rispondere al telefono. Trassi un profondo respiro e riaffondai la testa nel cuscino mentre il telefono fece un altro paio di squilli prima di fermarsi.

Avevo trascorso il pomeriggio stando a sonnecchiare nel buio della camera; un chiodo di sonno mi si era conficcato in mezzo agli occhi già dalla mattina e nonostante avessi bevuto due belle tazze di caffè, una a colazione e l’altra a pranzo, non ero comunque riuscito a scacciare quella fastidiosa sensazione di stanchezza. Ero sicuro che quella sonnolenza fosse dovuta, tra l’altro, anche alla giornata uggiosa: si trattava infatti di una domenica pigra, di quelle con i nuvoloni in cielo e una pioggerellina insulsa che ticchettava leggera addosso alle finestre; la luce grigia che trapassava i vetri e poi si rifletteva sugli oggetti mi aveva procurato un forte mal di testa che sembrava non voler passare in alcun modo. In quelle condizioni, tra il sopore e la leggera cefalea, mi risultò assai difficile non solo impegnarmi in una qualsiasi mansione, ma anche stare sveglio e vigile si rivelò più complesso del solito: riuscivo a mantenere l’attenzione per appena pochi istanti e pure le mansioni più basilari e quotidiane mi sembravano richiedere uno sforzo esagerato di energia. Avevo la testa semplicemente annebbiata. Date le circostanze, constatai che non c’era molto da fare se non appunto cedere alla sonnolenza e riposare – del resto la domenica era stata inventata apposta. Fu così che nel primo pomeriggio decisi di andarmene a dormire: una volta abbassate le persiane e chiusi gli occhi, l’oscurità aveva lentamente mitigato quello stato di indolenza…

D’improvviso il telefono squillò. Di nuovo? Avevo forse ripreso sonno nel frattempo; tesi l’orecchio a intuire come un rumore di passi che sembravano avvicinarsi al telefono… ma no, niente. Che stessi sognando? Fuori dalla camera sembrava tutto inerte; se al di là della porta davvero c’era una presenza, ebbene quella continuava a esistere nella sua immobilità. Un altro trillo: no, allora non me l’ero immaginato; qualcuno stava chiamando per davvero. Ma, oltre a me, c’era qualcuno in casa in quel momento? Un altro squillo. Se fossi stato solo, ciò avrebbe significato che mi sarei dovuto scomodare anche solo per farlo smettere e l’idea di alzarmi per rispondere al telefono non mi piaceva nemmeno per un po’. Respirai profondamente; il suono cominciava ad irritarmi e sentivo che a breve avrei perso la pazienza. Ecco, squilla ancora! E nessuno che risponde! L’interruzione del mio riposo mi irritò assai e, in breve, il fastidio mi risvegliò dal mio torpore, riportandomi ai sensi: d’un tratto percepii il sangue riversarsi nelle tempie e lungo gli arti; un vortice di calore mulinò improvvisamente nel mio stomaco e mi riportò in vita.

Conto fino a tre, inspiro; conto fino a tre; espiro. Ancora squilla, quell’affare? Di là ci deve essere qualcuno; perché non va a rispondere? Che davvero nessuno sia in casa oltre a me? Eppure ho sentito dei passi oltre la porta, in cucina, e forse anche nelle altre stanze…

Un nuovo trillo.

Ho raggiunto il limite della sopportazione: la tranquillità che avevo conquistato con fatica è compromessa e il poco ristoro datomi dal sonno è perduto irrimediabilmente. Ho l’idea di lasciar perdere: se lo ignoro, forse smetterà – dopotutto non può squillare all’infinito e se è così importante vorrà dire che chiamerà più tardi. Ma il suono dell’ennesimo squillo che echeggia per la casa mi rimbomba con fragore nelle orecchie e d’improvviso il chiodo che mi aveva tormentato per tutta la mattina ritorna a conficcarsi con veemenza in mezzo agli occhi; le palpebre mi si serrano pesanti per il trauma e il cranio si annebbia dal dolore. Imploro per un po’ di silenzio: – Per favore, – grido, – per favore, qualcuno prenda su il dannato telefono!

Ecco l’ennesimo trillo. Più forte, più vicino. E tutto resta fermo.

Ho capito: dev’essere per me.

Con un balzo sono giù dal letto e poi fuori dalla stanza; ho lanciato le coperte per la camera e ora spingo la porta con tutta la mia forza. La luce grigia mi investe mentre mi precipito lungo il corridoio; in cucina intravedo un’ombra: il profilo del giubbotto appeso alla porta socchiusa? Non posso dirlo con certezza perché il balzo repentino e il cambio di luce mi hanno praticamente accecato e senza occhiali intuisco solamente sagome indistinte e sfumature di dolore. Poco importa: il telefono è finalmente al mio cospetto e nulla lo salverà dalla mia collera. Sì, adesso lo faccio a brandelli, quell’affare. Mi avvento contro il mobile e calo la mia mano come se avessi tra le dita una pietra per distruggerla; il palmo impatta contro la cornetta, si avvolge attorno alla plastica insulsa e stritola il dannato affare mentre il sangue mi schizza nelle tempie. Questo è il suo ultimo squillo. Premo il pulsante e grido: – Pronto!?

Tre, lenti, inesorabili secondi di niente. E la linea cade.

Non ci posso credere. Tanto rumore per nulla: il disgraziato ha messo giù! Conto fino a tre e inspiro; conto fino a tre, espiro. Vorrei scagliare il telefono per terra. Che razza di impostore! Ma ha davvero senso prendersela? Ho un forte mal di testa. Tendo l’orecchio e mi metto ad ascoltare: gli unici rumori attorno a me sono i battiti del cuore nelle tempie e il mio respiro. “Lascia perdere”, mi dico, “non ne vale la pena di arrabbiarsi ulteriormente”. Con uno sforzo riesco a trattenermi; poso il telefono e me ne torno in camera richiudendo la porta alle mie spalle. Non mi curo di controllare in giro: è evidente che, se qualcun altro fosse stato in casa in quel momento, avrebbe risposto certamente prima. Pazienza: sono così stufo che non ho nemmeno più la voglia di pensarci. Sono di nuovo in camera da letto; tutto è tornato buio come prima e ora, terminata questa scocciatura, posso finalmente ricrollare sul materasso. Mi metto comodo, affondo la testa nel cuscino e chiudo gli occhi: che silenzio! La stanza è d’ombra tenera. “Sarà uno scherzo idiota”, dico fra me e me.

In poco tempo ritrovo lo stato di calma che avevo prima di tutta la vicenda. Sento la pioggia leggera solleticare i vetri delle finestre e il suono mi culla dolcemente. Una sensazione di leggerezza mi pervade; il cuore è tornato a battere normalmente e, forse, inspirando ed espirando lentamente, concentrandomi sull’aria che entra e esce lenta dai polmoni, riuscirò a liberarmi completamente dal fastidio e a riprendere il riposo. Dopo un po’ l’eco dello squillo sembra essersene andato; la testa è di nuovo libera dal dolore e i chiodi hanno allentato la pressione nel mio cranio. Posso finalmente riposare e lasciarmi alle spalle tutto quanto…

Dietro la porta sento muoversi qualcosa.

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Lorenzo

«Il mio canto è un sentimento / che dal giorno affaticato / le notturne ore stancò: / e domandava la vita.» (C. Rebora)

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