Racconto Breve

Sia santificato il tuo nome, vita

“Durante questi momenti rapidi come i fulmini, l’impressione della vita e della coscienza erano in lui dieci volte più intense. Il suo spirito e il suo cuore erano illuminati da un immenso senso di luce; tutte le sue emozioni, i suoi dubbi, tutta la sua ansia diminuivano per tramutare in una suprema serenità fatta di accesa gioia, armonia, speranza; dopo, ricorreva alla ragione per comprendere la causa finale di questo fenomeno.”

da “L’Idiota” di Fedor Dostoevskij

Pietroburgo, Piazza Semënov 22 dicembre 1849

Sto aspettando l’esecuzione della sentenza nella mia fredda cella, quando la campana dei condannati a morte inizia a suonare.
Stavo riflettendo sulla mia vita passata, della quale non è rimasto più molto tempo, perché alle sette in punto mi legheranno al palo della fucilazione;
le sabbie del tempo, per me, corrono troppo lente.
Mi copro il volto con le mani a urlo nel mio cuore un disperato: nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo…
Quando il prete viene a celebrarmi l’ultimo rito,
lancio un’ultima occhiata attraverso le sbarre a questo mondo che è tutto sbagliato, per me.
Lo Zar può cercare di reprimere i sussulti e le ricerche del libero pensiero ma non può far tacere nella sua anima le voci degli esclusi e dei deboli, delle donne che si sono date invano, delle prostitute che dileggiano se stesse, di chi è sempre offeso dal Potere, il lamento di chi è solo, senza mai ricevere un sorriso, dei bambini, i loro singhiozzi, il grido impotente del neonato che nasce al mondo senza averi; di tutti gli afflitti, i sofferenti, i reietti, gli scherniti, màrtiri senza corona d’ogni ora e d’ogni dove.
Andiamo, ora, dopotutto, non ho paura di morire, perché credo che non ci sia mai una fine.

Sono le sette di mattina: la piazza Semenovskij è coperta dalla neve appena caduta ed è gremita da truppe armate e da una folla silenziosa che rabbrividisce a ventuno gradi sottozero.
Noi dieci condannati a morte marciamo verso il palo del patibolo: accanto a me c’è Spesnev, l’ateo, il nichilista, il libero pensatore, con il suo viso pallido e malaticcio e i radi baffi resi giallognoli dalla nicotina.
La voce di un generale ordina silenzio: poi un ufficiale del servizio civile, con i documenti in mano, legge i nomi dei prigionieri, e pronuncia il verdetto di morte, a voce lenta, rivolto ad ognuno di noi.
L’ufficiale legge la sentenza: fucilazione, condanna a morte per alto tradimento.

Indossiamo le nostre bianche camicione da contadini e un berretto da notte — l’uniforme funebre del reo a morte — si avvicinarono al patibolo.
Il sacerdote predica con tono enfatico: «Fratelli! Prima di morire, pentitevi. Il Salvatore dimentica i peccati se uno si pente. Vi invito a confessarvi».
Nessuno risponde all’invito: solo uno dei condannati, che non conosco, esce dalla fila, e bacia la Bibbia.
Poi tutti e dieci siamo presi e legati, stretti ai pali con le corde.
E rapido ed efficiente si avvicina un cosacco, e ci benda gli occhi davanti alle bocche dei fucili.

Mentre mi annodano il buio della notte sugli occhi, l’ultima immagine che scorgo è la vicina chiesa dalla cupola dorata, che nel rosso ancor più intenso dell’aurora arde di purissimo splendore.
E mentre il sangue fa il suo giro, a ondate luminose ritornano nella memoria una vita di forme e sento in questo attimo immenso la vita intera che si ridesta, un affiorare di immagini nel petto come un fiume ora azzurro ora lutulento che trasporta gioie e dolori, amicizie e rancori.
«Spesnev, amico mio, mi senti?» voglio salutare per l’ultima volta quel cocciuto, simpatico, umanissimo spiritaccio ateo.
«Sono qua vicino a te, Fedor».
«Volevo dirti di non aver paura: noi saremo presto con Cristo»
Immagino il suo solito sorriso triste mentre mi risponde:
«Saremo presto insieme in una manciata di polvere, amico mio, non temere e continueremo a conversare, ridendo insieme dei fantasmi della nostra mente».

Ripenso a quei raggi del sole che incendiano di luce la cupola d’ora e piangendo, mi dico:
«Se potessi non perire! Se si potesse far tornare indietro la vita, quale infinità!».
E Spesnev parlotta in risposta:
«Il tempo non fine, Fedor, il divenire non ha uno scopo, vedrai»

Solo un minuto ancora, allora, e poi più nulla?
I cosacchi si allineano di fronte, pronti al fuoco… i fucili sono imbracciati, il dito è sul grilletto.
Un rullo di tamburo squarcia l’aria.
Ed ecco un grido:

Alt!

Un aiutante di campo arriva al galoppo, annunciando il perdono dello Zar: le nuove sentenze vengono lette ad ognuno dei condannati; e le bluse da contadino e i berretti vengono gettati a terra, vicino al palo della fucilazione.
L’ufficiale avanza sventolando un foglio, la sua voce fende acuta e chiara il silenzio dell’attesa: lo zar nella grazia della sua sacra potestà ha annullato la sentenza, la condanna è commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia.
Cado in ginocchio, come tramortito, e accolgo in me il mondo intero, sbagliato e gaudioso, e l’eterno suo dolore e l’infinita sua gioia: e sono con Gesù, qui e ora.
Il mio corpo è preso da tremiti e convulsioni e ho la schiuma alla bocca, gli spasmi sconvolgono i tratti del mio volto.
Sul mio bianco sudario scorrono lacrime di felicità.
Soltanto ora, toccato dalle labbra amare della morte, il mio cuore conosce la dolcezza e l’intensità eterna della vita.
«La vita è dovunque la vita, la vita è in me, e non nel mondo esterno…
La vita è un dono, la vita è una felicità; ogni minuto può essere un secolo di felicità».

Rating: 5.0/5. From 3 votes.
Please wait...
Tags
Mostra di più

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Adblock rilevato

Per favore supportaci disattivando il tuo blocco di annunci