Biografico e autobiograficoRacconto Breve

Estranea

Marta Scattolin

La voglio tanto. La amo. È nostra. È mia.
Sono distrutta dai dolori, non ne posso più ma tra pochi mesi sarà qui.

Ho conosciuto mio marito quando avevo 6 anni. Lui ne aveva 18. Mi aveva guardata con uno sguardo dolce e mi aveva detto: “Vedrai come ti farai bella da grande”. Così era stato. Mi ero fatta bella, bellissima. Tutto il paese smaniava per avermi, tranne lui. Aveva denaro, belle auto, molte donne mentre io non avevo un soldo. Lo guardavo da lontano. Era un uomo, aveva 32 anni, io a 20 anni ero poco più che una ragazzina.
Poi all’improvviso era successo. Mi aveva vista, anche lui, e mi aveva voluta.
Nel giro di pochi mesi mi ero fatta mettere incinta. Era l’unico modo per tenerlo con me per sempre.
Non mi ero mai vista madre. Per me, la maternità era un dovere da affrontare, come lo aveva affrontato mia madre. Ed era un laccio che mi avrebbe legata per sempre all’uomo che amavo. Eppure, inaspettatamente, avevo cominciato ad amare quella piccola cosa che cresceva dentro me. La sentivo. L’avevo fatta io. Era mia. Finalmente una cosa tutta mia.
Così me ne ero presa cura anche se mi stava distruggendo lentamente. Sopportavo in silenzio, senza mai lamentarmi. Mai, nemmeno una volta. Avrei fatto di tutto per lei. Era una femmina, lo sentivo.

Mi ammalo. Una stupida influenza, dicono. Eppure io sto sempre peggio. La febbre non si abbassa. Io sono preoccupata per la mia bambina. Sono debole e anche lei lo è. Mi ricoverano ma non sto meglio. Brucio, ho il fuoco che scorre nelle vene. Non ne posso più. Mi tengo stretta la pancia, la accarezzo, vorrei farle sentire che sono qui, che la voglio, che sto resistendo per lei. Poi improvvisamente la situazione precipita, la febbre è troppo alta, svengo. Ricordo solo voci confuse attorno a me, mani che mi prendono, che mi toccano e poi il buio.

Riapro gli occhi in una stanza scura. Mio marito è seduto su una poltrona accanto a me e dorme.
La mia bambina. Dove è la mia bambina, lo chiedo urlando. Non è più dentro di me.
Arriva un’infermiera, mio marito mi accarezza la fronte e piange.
Mi alzo, urlo e piango anche io. Voglio vederla. È mia. Me l’hanno portata via, non è vero che è morta.

Dovevo morire io. Io.
Non ho più nulla di mio, ora.

Sono passati due mesi. Guardo allo specchio la lunga cicatrice che mi attraversa il ventre.
Non piango più.
Mio marito sta bene. Lavora, mangia, ride, a volte. Vive. Dice “ci riproveremo”.

Dopo un anno, la mia pancia è enorme. Sono quasi al termine della gravidanza. La odio con tutta me stessa quella cosa che sta crescendo dentro me.
Non la voglio, non l’ho mai voluta perché non è mia. È di mio marito, è lui che l’ha voluta. Ha sostituto mia figlia con questa cosa che mi cresce dentro e che non mi appartiene.
Spero che nasca morta.
Io non sono fatta per essere madre, non lo sarò mai più.

Dopo il cesareo, mi portano la bambina e me l’appoggiano al petto. È una femmina. La guardo e piango. La odio e la odierò per sempre. Non è lei mia figlia, è un’estranea.

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