Racconto BreveRosa

Morire d’amore

Federica Furlanetto

Pietro l’aveva picchiata. Era successo. Perché non era stata obbediente, perché non aveva adempiuto al suo dovere di moglie, perché non era stata in grado di dargli dei figli. E l’ultima volta Pietro l’aveva fatta cadere giù dalle scale, rompendole due costole. Volutamente. Perché una donna che non sa darti ciò che desideri è da punire.
Ma Marianna pensa che questo mondo sia giusto così, crede che le cose debbano funzionare in questo modo, naturalmente. Immagina dentro di sé una vita migliore, è ciò che si augura. Lei che per paura ha sempre taciuto tutto, anche le emozioni. Non piange più, Mariannna, quando viene offesa o quando viene maltrattata. Sente solo un grande vuoto dentro, impossibile da colmare.
Ma perché non fuggi? Perché resisti in un mondo così truce?
La risposta era sempre la stessa: “Io gli voglio bene, magari cambierà. Anzi, sono certa che la colpa è la mia perché ho qualcosa di sbagliato, non sono una perfetta amante e nemmeno una compagna eccellente. Oh Dio, scusami, perdonami se non sono la donna che il mio uomo vorrebbe. Abbi fede in me, proverò a migliorarmi, imparerò dai miei errori. La lezione mi servirà per il futuro, lo so”.
Ma Marianna non ha mai sbagliato, è solo un’anima pura rinchiusa in una gabbia di ferro: debole e nuda di fronte alla vita.
Un giorno di maggio, Marianna aveva portato le sue dimissioni al responsabile dell’ufficio in cui lavorava, perché Pietro non voleva la sua indipendenza. Era troppo. Una donna fuori casa tutte quelle ore, chissà cosa poteva fare o, peggio ancora, chissà a chi poteva pensare. Ma lei è sola, non ha nessuno oltre a Pietro. Quell’amore malato e soffocante è l’unico rifugio che possiede. Mamma è morta di cancro quando Marianna aveva appena cinque anni e Papà l’ha lasciata l’anno scorso, per un infarto. Lei, così amata dai suoi genitori, così voluta e così aspettata, ogni tanto ripensa a quell’amore puro che ha costellato la sua infanzia. Pensa a papà Giovanni, che l’amava più della sua vita, ai suoi occhi buoni, al suo sorriso, e vorrebbe che ci fosse, vorrebbe essere salvata da lui, dal suo unico uomo. L’ultimo pensiero va a lui. L’ultimo messaggio va a Giovanni, quando Pietro una sera di inverno, invece che spezzarle le costole, le spezza la vita. Marianna prima di morire, prima di esalare il suo ultimo respiro, pensa al suo tenero papà: “Vorrei che fossi qui, papà mio, ma non per colpire chi mi sta facendo del male, ma per salvarmi. Salvarmi da questo scempio. Salvarmi da questa solitudine che mi ha riempito l’esistenza. Salvarmi da Pietro, da un uomo malato, che non mi ha mai amata. E scusa, papà, se mi sono aggrappata a quest’uomo, pensando che mi desse affetto e amore. Ho sbagliato. Dovevo denunciarlo già dalla prima volta in cui ha alzato le mani su di me, ma avevo paura. Avevo paura, papà. Paura di restare sola. Paura che potesse rovinarmi. Anche se lo ha già fatto. Io, papà, spero solo di non averti deluso, la mia unica consolazione è che, tra pochi minuti, sarò con te, accanto a te, finalmente. Ti voglio bene”.
E Pietro intanto stringe quell’esile collo fino a soffocarla. Marianna non reagisce. Lascia che tutto accada, impassibile. Aveva trent’anni e tanti sogni.

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