Racconto Breve

La differenza tra il virus e gli esseri umani

Mauro Moscone

“Quando il silenzio
fiorisce nella casa e gli armamentari della nostra esistenza
perdono il blambanìo del valore conforme e riappaiono
come emblemi araldici”.
– Robert Duncan, Letters, XVII

Intorno alla Terra “sostano” microrganismi di origine spaziale, forse provenienti da comete, forse proiettati nella dimensione del sistema solare da qualche portale spaziotemporale come un buco nero.
A circa dodici chilometri di quota nell’atmosfera terrestre, dove i virus stazionano, l’aria è immobile o comunque percorsa da rade dinamiche termiche orizzontali; ma una volta all’anno, e precisamente nel periodo che va da novembre a febbraio, esattamente come le epidemie delle malattie respiratorie, nella stratosfera si crea una potente circolazione verticale, che trasferisce immense masse d’aria dai livelli superiori a quelli al di sotto dei dodici chilometri.
Prima della nuova invasione, l’esercito dei Virus attende il discorso del loro generale Mente, l’intelligenza universale che si rivela nella profonda necessità dell’attività degli invasori Virus:
“Come avviene da millenni, prima della nuova invasione, come ogni anno, vi ricordo solo in quale direzione dovete muovere la vostra materia:
regolare in modo automatico il controllo della quantità dei tracotanti umani – missione specifica – e del comportamento della biomassa planetaria – missione cosmica -.
Voi siete il motore occulto dell’evoluzione.
Siamo discesi per la prima volta su questo pianeta 570 milioni di anni fa, quando, dopo due miliardi e mezzo di forme di vita estremamente primitive – se non ricordo male -, si era verificata sul pianeta una vera e propria esplosione di forme di vita complesse.
Fu allora che scatenammo, o Virus, la prima invasione tra di loro, stimolandone l’evoluzione.
Ora, l’indebita proliferazione del mammifero chiamato presuntuosamente da se stesso “homo sapiens” sta mettendo in pericolo l’esistenza di tutta l’altra biomassa terrestre.
Ma proprio in questo momento, i sapiens hanno rinunciato alle loro tradizionali divisioni e ai loro atavici confini territoriali, per unirsi in uno strano fatto chiamato “Globalizzazione”, uno stile di vitalità ancora più efficace nel distruggere la biodiversità circostante a loro.
Per questo vi ho potenziato nell’aspetto della velocità di contaminazione, per approfittare di questa loro “unione” globale nei centri commerciali; e mentre i miliardi di “sapiens” spingeranno i loro miliardi di carrelli metallici noi li attaccheremo e li spingeremo a una nuova evoluzione.
Avanti, invasori, all’attacco!”

***

Fuori dalla nostra casa regna il silenzio e a tratti, il rumore infernale – e per certi versi benedetto – delle ambulanze che trasportano nel nostro vicino ospedale i nuovi contagiati dalla zona rossa del lodigiano.
Sono appena tornato dal supermercato dove ho visto negli occhi delle persone la paura e nelle loro anime l’inferno in terra dell’angoscia.
“Il timore è che il virus, ricombinandosi, possa infettare ancor più velocemente”… spengo la televisione, disgustato dall’eccitazione con cui il conduttore della trasmissione proferisce con enfasi le sue frasi fatte.
Sto cercando di scrivere una poesia su Plinio il Vecchio, il grande scrittore e comandante della flotta degli antichi romani.
Cerco di redimere le parole, fuori dal supermercato, dall’abbaiamento e dalla frenesia dei saccheggiatori, nel silenzio, e al posto di quelle fottutissime merci che ci danno la vita, cerco simboli, energia spirituale, mistero vitale.
Navigare necesse est, vivere non necesse («navigare è necessario, vivere non è necessario»).
Naufragium feci, bene navigavi (“Ho imparato a navigare dopo esser naufragato”).
Plinio il Vecchio mette in mare una liburna, senza esitazioni, e va in aiuto della sua amica Rectina, per prima cosa, e poi vuole studiare il fenomeno dell’eruzione del Vesuvio che si sta scatenando nel golfo di Napoli…

Le sirene delle ambulanze si sono spente e il silenzio rifiorisce nella mia casa come il glicine in fiore avvinghiato alla ringhiera del balcone, come tacciono in televisione i politici populisti ciarlatani e i valori materiali della civiltà consumista senza regole e leggi e buon senso, che mi ha fregato per bene.
Mentre accarezzo le mie gatte, prendo la chitarra e suono “Il giorno di dolore che uno ha” di Ligabue.
E guardo dalla finestra, se per caso non stanno ritornando i rondoni.

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