Racconto Breve

La riscoperta della ritualità

Lako

“E l’uomo, davanti all’oblio, riscoprì se stesso.”
La pandemia aveva conquistato, oltre i polmoni degli uomini, anche la loro ragione. Tutto d’un tratto, l’uomo, nello specifico l’uomo occidentale, un giorno si svegliò e si accorse che qualche cosa era cambiata nella sua routine. Un mostro invisibile era entrato a far parte nella sua esistenza. Questo essere malvagio, portatore di morte, sofferenze, perdite, cadaveri innumerevoli, risvegliava con la sua presenza angosce del passato. I valori sociali inventati ed accumulati nel corso delle ultime generazioni non avevano efficacia alcuna contro quest’ignoto, contro l’angoscia di morte.
L’ignoto è un oggetto a noi esterno che tuttavia ci suscita internamente sentimenti di grande potenza. Questi possono essere in contrasto, agli antipodi, spesso anche paradossalmente coesistenti tra di loro.
Che cos’è però quest’ignoto? Di getto si risponderebbe: la morte. Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che la morte sappiamo anche fin troppo bene riconoscerla e di sicuro non ci è ignota. Questa tesi è in gran parte falsa. L’ignoto, in realtà, è l’impotenza davanti a qualcosa verso cui non abbiamo una soluzione. La parola soluzione però è stata sostituita dalla parola arma, parola di fatto inappropriata ma di frequente utilizzo nell’ultimo periodo. Un’arma presuppone che ci sia all’origine uno stato di guerra, un problema fisico, organico, materiale verso il quale bisogna agire con qualche cosa che identifichiamo materialmente con il termine arma. Il virus è materia, è organismo, è fisico, quindi è logico ed adeguato usare contro di esso un’arma. Questo termine viene meno quando utilizzato per superare lo stato di conflitto psichico che il virus fa emergere in noi. Il conflitto psichico non ha bisogno di un’arma per essere risolto, ha bisogno di una soluzione appunto. È un problema mentale, intellettivo, dello spirito, non più della materia. Dividendo quindi, il mondo materiale da quello razionale e spirituale, si va a compiere un gesto estremamente importante ed incisivo nella complessa situazione esistenziale in cui viviamo. Da una parte abbiamo l’arma con cui combattere la battaglia evoluzionistica che il virus, questo essere-non essere, ci costringe ad usare. Prendendo ad esempio il nostro “carnefice”, il “colpevole”, “la grande mietitrice” ci soffermiamo su quello che il virus è. Dal punto di vista della materia è; però, dal punto di vista della vita è e non è nello stesso momento. Questa indeterminatezza a livello razionale va a scontrarsi completamente con quella di ogni essere vivente sull’intero pianeta, uomo compreso. L’uomo è, esiste, sa di esistere e ha la consapevolezza che in ogni istante egli è. L’uomo, però, identifica la propria essenza in una condizione sociale, di vissuto proprio, e di condivisione. L’esistenza dell’uomo dipende dalla condizione sociale in cui si trova a vivere ed in seguito ad evolversi. Di fronte alla consapevolezza dell’esistenza l’uomo scopre l’angoscia che l’esistenza porta intrinsecamente con sé. Egli sente, così, la propria presenza nel mondo. È questa consapevolezza dell’essere che crea domande, alcune delle quali non ottengono risposta. Essendo l’uomo contemporaneamente mente e corpo, nell’istante in cui la mente espone la domanda verso l’ignoto, non ottenendo con la logica risposta alcuna, inizia a vivere quello che nell’antichità veniva descritta come l’angoscia. Il solo pensare a qualcosa di ignoto crea nell’uomo un sentimento di angoscia profonda, di smarrimento, che si tramuta in paura dell’estremo, della non vita, quindi della morte. L’uomo tuttavia sa di esistere. Egli si vede rispecchiato nel riflesso dell’acqua, sente l’eco della sua voce, sente l’odore della propria pelle, i sapori del cibo che mangia e si identifica in tutto ciò. Crea, quindi, dentro di sé lo spazio mentale in cui la sua figura prende forma in sè ed in rapporto con il mondo esterno. Esiste. Nella battaglia per la fame inventa diverse armi: la caccia, l’agricoltura, il lavoro, la battaglia per l’eredità; scopre nell’accoppiamento, nel sesso, nell’amore, e nella famiglia un ulteriore arma. Contro la morte, invece, quale arma si può usare? La medicina? Questa per esattezza è l’arma per la malattia non per la morte. I farmaci curano la malattia, l’antibiotico distrugge i batteri, gli antivirali distruggono il virus, si ha quindi la guarigione. Quello che non si ha con la cura della malattia è la scomparsa dell’angoscia della morte, che permane nel corso dell’esistenza dell’uomo. Quello che probabilmente sta accadendo, in un luogo buio del nostro Io, è il risveglio di quest’angoscia ancestrale. L’uomo occidentale, staccatosi dal mondo degli spiriti, ha gettato via il concetto di morte, troppo difficile da combattere. Nell’antichità le armi messe in pratica per combattere quest’angoscia erano innumerevoli, svariate, tra le più fantasiose. Di fatti, se davanti all’uomo si apriva l’oblio, altro non si poteva fare che affidarsi alla ragione e quindi si iniziò ad inventare la ritualità. Per sopravvivere a questo sentimento estremo dell’angoscia si deve trasferire all’esterno, negli oggetti e nelle abitudini, il tutto; man mano che questo viene fatto, la ritualità acquista potere e validità, diventa certezza, quindi fede, quindi religione. La gestualità diventa rito. Il fare o non fare determinate azioni diventa quindi gesto che protegge. Così l’uomo, per combattere qualcosa di immateriale ma di reale: l’ignoto, usa la materia, la gestualità, il corpo, gli spazi e i tempi come armi. La guarigione dalla malattia è un percorso naturale e fortunatamente possibile seguendo le adeguate cure. L’utilizzo di queste cure, tuttavia, assume ad oggi il valore di sacralità e di difesa. L’uomo nuovo, quindi, esce di casa solo in possesso della mascherina; quest’oggetto è un talismano che terrà lontano non più il virus, che negli anni sarà stato sconfitto e totalmente dimenticato, bensì proprio l’angoscia della morte. L’assenza di questo oggetto crea una spaccatura e fa rivivere l’oblio. La riduzione dello spazio di contattato tra due persone, a sua volta, aumenta le probabilità che qualche entità malvagia possa prendere il possesso, infettare. È in questo momento che l’angoscia, nata dalla materia, continua ad esistere anche in assenza della causa originaria. La gestualità, che è stata utilizzata come cura agli arbori, adesso viene letta come arma. L’uomo, per sopravvivere, non vuole più cedere quest’arma, le è cara. Rinasce la ritualità. Ci si lava le mani costantemente, con bramosia, senza sosta. Se si apre la finestra e si saluta qualcuno, meglio avere la mascherina che ci protegge. Se il tuo genitore tossisce, che si tenga la mascherina due-tre giorni, che non si sa mai. Durante i pasti è meglio mangiare distanziati adeguatamente, ma come? Il tavolo è quello che è, quindi, qualcuno si sposta nell’altra stanza oppure cambia l’ora della cena: prima mangia uno e dopo l’altro. Per strada quando si incontra qualcuno bisogna stargli lontano almeno un metro così l’aria che giunge nei polmoni è libera e pulita. Questo accade quando ci troviamo l’uno davanti all’altro. Nasce. in seguito. il dubbio, quando ci si trova dietro una persona che cammina a tre metri davanti a noi; l’aria che egli espira può venire inspirata da chi gli sta dietro nel momento che questo passa sulla sua scia. L’uomo, quindi, inizia a camminare in direzione parallela a chi ha davanti. Lo stesso fa un altro individuo con la persona che ha davanti e così ad effetto domino. Questo, però, non funziona, perché si rimane sempre nella scia di qualcun altro. Ecco quindi che qualcuno inizia a camminare a zig zag. Gli altri lo vedono, non sapendo se sia scientificamente provato questo nuovo passo, sentono che potrebbe funzionare; quindi, fidandosi di tale gesto, di lì a poco, tutti camminano a zig zag sincronizzati senza mai dimenticare le mascherine. Solo, e solamente in questo modo, si riducono drasticamente i contatti con il maligno. Oltre al lavaggio delle mani che è, ormai, sottinteso.
Scritto il 23 marzo dell’anno 2020 dopo la nascita del Signore.
Sokol Lako
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