Racconto Breve

Manifesti

Lucia Tradii

Nella copisteria dei pakistani c’è un via vai di studenti, in fila alla cassa, pigiati contro le fotocopiatrici, appollaiati sulle tastiere dei computer. Quando arriva il mio turno sento un odore forte e caldo: aria dell’est. Chiedo se possono fotocopiare per me il libro “Adamo secondo” di Antonio Meluschi, ma ci vorrà almeno un’ora. Penso: un’ora sprecata. Esco e c’è una ragazza davanti che è piegata verso un cucciolo di cane. Lo guardo di sfuggita e riconosco un pitbull tigrato. Una mia amica ha un cane della stessa razza. Mi rivedo davanti agli occhi l’interno della casa della mia amica, si apre come il sipario di un teatro, e ritrovo tutto al posto giusto: la tv con la pila di DVD appoggiati sopra, le scale a chioccia in legno che portano al piano di sopra, i tappeti che mi piace ricordare rossi e bianchi ma forse è un ricordo compromesso. Rivedo anche il divano su cui è steso un asciugamano per farci stare la cagnolina. Lei era così simpatica. Mi bastava sospirare e subito mi veniva a cercare anche solo con lo sguardo. La vedo con il collo girato verso di me, gli occhi limpidi, luminosissimi, una conchiglia nera piena di lucciole, e la lingua a penzoloni che mostra denti di perla, denti da sorriso. Anche ora mi piace ricordarla come la cagnolina di una mia amica, ma mia amica non lo è più. Si è persa come un sassolino che rotola sotto le scarpe in una strada di montagna. È venuta ad abitare proprio in questa città mentre io mi sono sempre più legata alle montagne. Ritorno alla via dell’università pensando che non rivedrò più quegli occhi pieni di lucciole. Un’ora mi sembra un tempo infinito, uno spazio che si dilata anziché restringersi. Per strada una donna mi sbatte in faccia un volantino. – Contro la guerra e il terrorismo. – dice, ma io non mi fermo neppure per guardarla. Dico soltanto – No. – scocciata e mi sento una vera cittadina che non si lascia fregare, che ha sempre fretta di andare verso una meta importante. Percorro pochi passi e sono già davanti alla piazza della facoltà di economia. C’è un street art che mi ricorda un quadro di Gauguin, uno spiraglio di selvaggio in mezzo al grigio cemento della città. Una sera estiva di qualche anno fa ero passata sempre per questa via, in questa piazza stavano suonando con degli strumenti improvvisati, c’era molta gente seduta per terra. Tra loro mi era sembrato di riconoscere una ragazza, ma probabilmente mi ero sbagliata. Sembrava che anche lei mi stesse guardando oppure in lei rivedevo solamente riflessa una malinconia. Si dice che attraversare la piazza in diagonale prima della laurea porti sfortuna, ma solo per gli studenti di economia. Invece porta sfortuna a tutti salire sulla torre degli Asinelli. Anche lì sono salita, infatti. Con chi? Cammino un po’, svolto a casaccio, mi faccio guidare dai piedi e dalla confusione. Collego strade conosciute con quelle meno note, i ricordi alle conoscenze. È come assemblare un puzzle di una città che a questo punto dovrei conoscere bene, eppure le sfuggo impaurita, prendo altro tempo, mi aggrappo a un palloncino che per forza deve volare via. Incredula mi ritrovo di nuovo davanti alla copisteria. Dal portone dell’edificio affianco escono dei ragazzi. Potrebbero avere la mia età, penso, e potrebbero essere miei amici. Uno di loro ha un ciuffo riccio tinto di fucsia. Sembrerebbe così facile attaccare bottone in una città come questa, forse in tutte le città è facile, basta essere la persona adatta. Fuggo di nuovo. Faccio la strada al contrario per imprimerla bene nella mente. Svolto un’altra volta. Ormai si sta facendo buio. Le prime luci dei lampioni si accendono sotto un cielo indaco. All’improvviso, dall’altra parte della strada vedo dei manifesti. Attraverso come in trance. Sono i manifesti dedicati a delle donne partigiane, tra loro c’è anche Renata Viganò, la moglie di Meluschi. Scatto qualche foto. Magari mi tornano utili per la tesi, penso. Mentre scatto le fotografie le persone che procedono in senso inverso mi scansano, lasciano lo spazio libero tra me e il muro, come se stesse avvenendo un qualcosa di sacro. Percorro tutto il marciapiede. Mi vengono incontro branchi sparsi di ragazzi universitari che parlano fluentemente l’inglese. Provo invidia per loro. Mi torna alla mente che proprio durante la giornata avevo letto una notizia riguardo alla Brexit: gli studenti inglesi non potranno più fare l’Erasmus. Una porta che si chiude. Un altro muro che si erge. Tuttavia torno alla copisteria con una nuova allegria nel cuore, sotto la luna che rischia di essere quasi piana. Con la mia copia del libro fresca di fotocopiatrice, corro verso la stazione. Le luminarie natalizie non sono state ancora tolte e mi sembra di stare sotto un doppio cielo stellato.

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