Racconto Breve

Dioba

Cea… passame l’inpìria.
Consapevole di non sapere che cosa mi stesse chiedendo, guardai l’idraulico con tutta la sicurezza che possedevo nello sguardo, per nascondere la mia ignoranza, e gli risposi
– Certo ora guardo se ce l’ho.
Ma non sapevo nemmeno dove posare i miei occhi. Infilai la testa dentro l’armadietto della cucina e feci finta di rovistare tra gli utensili. Lì, al nascosto, cercai di inventarmi una qualsiasi scusa che potesse sembrare il più possibile verosimile. Così gli dissi
– Mi dispiace ma non l’abbiamo.
Avevo dieci anni ed ero furba ma non abbastanza per competere con un anziano di sessant’anni.
– Cea fame dar na’ controlada a mi.
Dopo pochi secondi tirò fuori un imbuto bianco e piccolino e mi disse
– Cea vardea qua. Jera proprio davanti ai to oci. Te si na sciànta straviada un quo? O me par solche a mi?
Non avevo capito un cazzo. Una sola parola. Nulla. Odiai il fatto che mi avessero lasciata, anche solo cinque minuti, sola con lui. Non potevano aspettare un attimo? Rispondere al telefono dopo? Dare da mangiare al cane qualche minuto più tardi? Io non capivo il dialetto. Ero cresciuta imparando l’italiano standard perché i miei genitori non erano di lì, del Veneto. Durante il mio primo anno alle elementari, ricordo che dovetti affrontare l’integrazione in una scuola nuova con persone che non conoscevo mentre loro, avendo fatto l’asilo insieme, si conoscevano già tutti. Inoltre, si parlava dialetto. Ero piccola e orgogliosa. Iniziai a mentire a sei anni per sopravvivenza. Ricordo che una mia compagna di classe mi invitò alla sua festa, non perché fossimo amiche, semplicemente perché era buon costume invitare tutta la classe. Mi disse
– Dioba vientu a casa mia a festeggiar el me compleanno?
– Si certo.
Così risposi. Ma poi mi chiesi: dioba che caspita voleva dire? Iniziai a cercare quella parola nel libro d’italiano con tutti quei racconti che avevo imparato a leggere già con un anno di anticipo rispetto ai miei compagni, ma non trovai quel vocabolo. Tornata a casa, non potei chiedere ai miei genitori il significato di quel termine. Avevano due occupazioni e lavoravano entrambi fino a tarda sera; il pomeriggio ero solita trascorrerlo insieme ad una signora anziana che mi faceva da baby-sitter ma lei era un po’ sorda e io quella parola, dioba, mi vergognavo a pronunciarla perché ero molto insicura della mia pronuncia. Così rinunciai.
Il giorno dopo a scuola, durante la ricreazione, chiesi alla maestra Giovanna di farmi accedere alla biblioteca ma nemmeno lì trovai nulla, se non una amica: la bidella Clara; lei, vedendomi aprire ogni libro sbuffando e camminando nervosamente avanti e indietro lungo la stanza, mi chiese che cosa stessi cercando.
– Sto cercando la parola dioba, Dio bon.
– Cosa hai detto?
– Dioba!
– No no, dopo!
– Dio bon.
– Cea vatti a lavare la bocca.
A quel punto, stanca, scoppiai a piangere. Sentivo la testa pesante. Clara, allora, si fece gentile e mi disse che non voleva spaventarmi ma che “Dio bon” non era una bella parola da dire. Io le spiegai che Marco, il mio compagno di banco, ripeteva spesso quell’espressione quando non trovava il temperino. Lei rise.
– Ma tu lo conosci il dialetto?
– No non lo conosco. Cosa significa dioba?
Dioba significa giovedì piccolina.
– Ah. Beh se è così… Io giovedì non posso andare alla festa di Francesca. Ho lezione di violino. Peccato…
Ad ogni ricreazione mi recai da Clara e lei mi insegnò a conversare in dialetto. Le parole brutte, le bestemmie, quelle me le insegnarono alle medie i miei nuovi compagni di classe. Era stressante cambiare continuamente e ricominciare con persone nuove, ma alla fine mi abituai.
Va in figa de to mare; te manca un bojo; va in mona; Cojon; e via così – le bestemmie tagliavano l’aria, erano raggi di sole che squarciavano il cielo azzurro come squali. Appresi il significato letterale di quei termini ed era talmente osceno e denigratorio verso l’essere umano che mi dava fastidio anche solo sentirle certe espressioni. Non per niente al liceo persi la testa e il cuore per Leonardo. Lui, pur essendo estremamente estroverso, sapeva misurare le parole. Le persone che non riteneva degne della sua attenzione semplicemente le ignorava. C’era una certa eleganza nel suo linguaggio e nel suo fare ironia. Non denigrava mai nessuno, ma riusciva sempre a far ridere tutti con le sue battute o imitazioni. Un talento naturale. Capii presto che lui era tanto spiritoso quanto il peso dei mostri che si portava dentro il petto. Una sera, dopo anni di risate e divertimenti, si raccontò spogliandosi di ogni armatura. Lo vidi per la prima volta. I suoi occhi blu, due lapislazzuli che riflettevano la luce dei miei silenzi, iniziarono a sciogliersi. Il sale delle lacrime scivolò su cicatrici che nascondeva bene sotto i tatuaggi. Mi sentii inerme. Avevo visto molte persone piangere e avevo capito che in presenza di certi dolori non c’è parola che possa alleviare il male. Abbandonato dal padre e rimasto solo con una madre in perenne depressione viveva la sua vita cercando di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Avrei dovuto immaginarlo che dietro la sua forza si nascondeva un passato tragico. Incontrarlo fu un regalo del destino. Non immaginavo che il suo passato sarebbe divenuto presto il mio presente. In ogni momento buio ricordavo le sue parole, la sua perseveranza e mi salvai.
Rimanemmo insieme sette lunghi anni e decidemmo di lasciarci per seguire ciascuno i propri sogni; i suoi erano proiettati nel cielo di New York, i miei stavano prendendo forma sotto un cielo padovano.
Negli anni seguenti il ricordo di Leonardo fu un pesante asciugamano bagnato che si srotolava all’interno del mio petto. Dopo un anno, circa, riuscii a fare spazio per nuovi amori. Era il gioco della vita.
All’università, nel frattempo, mi iscrissi ad un corso sull’origine e lo studio dei dialetti italiani. Alla fine, avevo imparato ad amarli e mi rattristavo all’idea che quegli idiomi potessero scomparire.
Passati ormai due anni dalla mia Laurea e con un lavoro che mi rendeva serena e appagata arrivò l’imprevisto.
Correva l’anno 2020 e nell’aria si era diffuso un pericolo mortale per tutti gli esseri umani.
Chi poteva svolgeva lo smart working, altri mal sopportavano la quarantena e la noia, altri ancora se la godevano. Più di cento medici erano morti a causa del Virus; erano morti aiutando e salvando delle vite. Era terribile quello che stava accadendo, non solo a livello sanitario ma anche economico. Osservavo padri piangere perché non potevano pagare l’istruzione ai propri figli (computer, connessione wi-fi per seguire le lezioni) e mi ritrovai commossa davanti alla televisione. L’istruzione aveva salvato letteralmente la mia vita e il mio futuro e capii la disperazione di quel padre. Avevo mille nodi alla gola ogni volta che ascoltavo il telegiornale. Nel frattempo, cercavo di rendermi il più utile possibile, così iniziai a fare assistenza a mia nonna durante le notti. Lei continuava a ripetermi che le sembrava di essere tornata in guerra e aveva continui attacchi di panico. Le lezioni di psicologia, i corsi, i seminari e i libri che avevo letto mi diedero lo strumento necessario per aiutarla e alleviare il suo dolore mentale. Ogni sera indossavo mascherina, guanti, mi cambiavo i vestiti, infilavo il gel nella borsa e andavo da lei. Poi il mattino, all’alba, ripetevo il rito e tornavo a casa. Un martedì mattina, lungo la strada del ritorno, successe qualcosa di tragico. Ricevetti una telefonata da parte di mia madre, ma non fu lei a parlarmi quando risposi. Era un operatore del prontosoccorso. Mi disse che mia madre aveva avuto una brutta crisi respiratoria. Così l’avevano intubata e ricoverata.
Mi trovavo in ospedale, davanti alle macchinette della sala di attesa, quando incontrai Leonardo, dopo quasi sei anni dal nostro ultimo saluto. Lo stesso giorno sua madre era stata ricoverata per un arresto cardiaco dovuto all’anoressia. Mentre lui si trovava in America, sua madre iniziò a sentirsi sempre più sola. Senza un compagno, nè genitori, nè amici, la quarantena diede il colpo di grazia alla sua solitudine. Smise di mangiare. Leonardo non era più il ragazzo combattivo che ricordavo. Era spaventato e stanco. Mi confidò che tutto quel continuare ad essere forte lo aveva sfinito. Io non sapevo bene cosa dire. Davanti al dolore altrui avevo imparato a stare in silenzio. Avevo capito che le parole in certe circostanze non avevano potere. Preferivo dimostrare la mia compassione e la mia vicinanza con un abbraccio lungo e intenso. Ma con il Covid-19 era vietato qualsiasi contatto fisico. Mi sentii così impotente che scaricai tutto quel senso di frustrazione in una lacrima. Poi mi asciugai veloce la guancia prima che Leonardo potesse accorgersene e gli dissi che sarebbe andato tutto bene. Non capivo perché la vita potesse accanirsi così tanto con un ragazzo semplice e buono, con l’unica sfortuna di essere, forse, troppo intelligente per essere felice.
– 40 chili.
Silenzio.
– 40 cazzo di chili per un 1.65 cm. Come è potuto accadere?
Io non lo so Leo… la mente umana ha le sue fragilità. Tu eri in America non potevi fare altro che fidarti delle parole di tua madre.
Capii, in quel momento, che il Corona Virus non stava portando via solo vite umane, ma stava inficiando anche la salute mentale delle persone. Prima mia nonna e poi la mamma di Leo, e chi altro? Quante persone erano chiuse in casa in lotta con le proprie emozioni? Un brivido mi percorse la schiena. Pensai a tutti bambini costretti nelle loro abitazioni, in quella lunga quarantena, in situazioni di violenza domestica al nascosto da tutto e tutti. Pensai agli adolescenti che vivevano con i genitori separati in casa.
Leonardo teneva in mano il suo thè freddo da venti minuti e non aveva ancora dato un sorso alla bibita.
Dio mio quanto mi costava mantenere quel metro di distanza per la sicurezza di tutti.
– Andrà tutto bene. Le nostre madri hanno passato l’inferno. Passeranno anche questo momento. Si riprenderanno, staranno bene, noi continueremo i nostri progetti e realizzeremo i nostri sogni. Andrà tutto bene Leo. Fidati di me. Dall’anoressia si può guarire. Non è semplice ma è possibile. Le starai accanto per il tempo che ne avrà bisogno e poi tonerai in America.
– Non lo so.
– Si. Hai un grande talento. Meriti di coltivarlo.
– Ho paura. 40 chili…
Silenzio.
Ci dirigemmo dai medici che ci avevano fatto segno di avvicinarci. Mia madre era stabile. Non era nulla di troppo grave da non poter essere curato. La madre di Leo, invece, era entrata in coma. Lui mi guardò
– Si sveglierà.
Gli dissi.
– Smettila! C’è un cazzo di virus che sta facendo morti ovunque. Mia madre è in un cazzo di coma. Non c’è nulla che stia andando bene. Nulla. Fa tutto schifo. La vita è una merda. Sono anni che mi illudo, che lotto, e mai una stracazzo di gioia. Io sono stanco.
Diede un calcio alla sedia e tirò un pugno alla porta. Aveva il fiatone e il volto lavato dalle lacrime. Mi guardò di nuovo. Non c’era più rabbia nel suo sguardo ma rassegnazione. Mi crollò tra le braccia.
Lo strinsi forte a me e continuai a ripetergli che sua mamma si sarebbe svegliata. Me ne fregai delle regole in quel momento. Da quel giorno non potemmo più vederci. Continuammo a scriverci.
Alla fine, sua mamma era riuscita ad uscire dal coma senza riportare danni celebrali. Leonardo, inoltre, mi preannunciò che non appena sarebbe stato possibile sarebbe ripartito per l’America e sua madre stavolta lo avrebbe accompagnato. Al telegiornale annunciavano la fase 2 e l’incubo sembrava lasciare spazio a un po’ di luce. Io, lui, le nostre madri… facevamo tutti parte dei “fortunati”. Di chi era riuscito a scappare dalla morte.
Una mattina mi diressi a fare la spesa a piedi. Era una bellissima giornata calda di sole. Passai davanti alla chiesa e nella bacheca vidi esposta l’epigrafe di Clara Sardelli. Era morta a causa del virus.
Rimasi dieci minuti abbondanti ad osservare il suo sorriso in quella foto…
Lei per me non era mai stata solo una bidella. Prima della sua professione c’era lei come persona ed era bellissima. L’ultimo giorno delle elementari le portai un mazzo di rose rosse e piansi all’idea di non poterla più rivedere. Avevo solo 10 anni. Ora, invece, ne avevo 28. Ero maturata e avevo già attraversato l’esperienza della morte di persone a me care. Così, alzai gli occhi al cielo e sorrisi. Clara meritava la parte migliore di me. E poi quel giorno era dioba. Era il nostro giorno.

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