Racconto Breve

Segreti

Marta Scattolin

Era un uomo famoso. Il suo nome era sulla bocca di tutti e compariva su centinaia di saggi, articoli e ricerche. La sua intelligenza, unita a una cieca dedizione per l’arte, ne avevano fatto uno dei critici artistici più rinomati al mondo, nonostante la sua giovane età. Qualsiasi ateneo era lieto di aprigli le porte per invitarlo a tenere lezioni e seminari; riviste e testate giornalistiche lo chiamavano ogni giorno per poter avere la possibilità di intervistarlo. La sua enorme cultura però non era l’unico motivo a renderlo tanto noto. Un fascino ammaliante, spregiudicato e malizioso lo avevano condotto dove la sola intelligenza non aveva potuto portarlo. Dovunque andasse era certo di poter fare colpo grazie a un’innata capacità di capire le persone. Anni e anni con la testa china a studiare ogni minimo dettaglio di un dipinto, a imparare a memoria ogni sfumatura di colore per poi accorgersi che le persone non erano poi tanto diverse. Il movimento degli occhi, la stretta di mano, la pettinatura, l’abbigliamento: tutto in una persona si poteva leggere e interpretare. Per lui, era facile. E grazie a quest’abilità era diventato semplice avere a che fare con la gente. Addirittura noioso. Sapeva sempre dove andare a parare per ottenere quello che voleva. Nessuna fatica per far sì che il suo libro fosse esposto in prima fila, nessuno sforzo per convincere l’assistente di una nota ricercatrice a lasciargli il suo numero. Persino convincere un uomo a fare ciò che lui desiderava era facile. Era tutto talmente facile che aveva cominciato a giocare con le persone. Uomini, donne, giovani e anziani… tutti erano diventati un simpatico passatempo, una sfida contro se stesso per vedere fin dove era in grado di spingersi. Non sempre riusciva nei suoi giochi, certo, ma la maggior parte di essi finivano con la sua risata beffarda e la consapevolezza di poter fare sempre di meglio. Volendo, avrebbe potuto avere il mondo ai propri piedi, pensava. Aveva denaro a palate, intelligenza, cultura, carisma, fascino da vendere. Possedeva diverse proprietà in giro per il mondo: Berlino, Parigi, Roma, Tokyo, Sidney. Le donne avrebbero fatto carte false per averlo anche solo per una notte. Sulle pagine dei rotocalchi compariva di tanto in tanto qualche sua foto, in compagnia della bella di turno, che immancabilmente cambiava dopo qualche settimana. Molti lo adoravano, diversi lo odiavano. Tutti lo invidiavano.

Eppure, se qualcuno si fosse preso la briga di guardalo attentamente, da vicino, come se egli stesso fosse un’opera d’arte, avrebbe forse potuto scorgere una crepa. Certo non era facile vederla, ma c’era, ben nascosta e protetta. Era una ferita buia, uno squarcio netto e profondo che gli aveva mutilato il cuore. E tutta quella meravigliosa maschera che si era creato, tutto quel circo dorato, era l’armatura che doveva proteggerlo da nuove ferite, custodendo gelosamente quella antica. Nessuno lo avrebbe mai sospettato. Nessuno sapeva. Nessuno avrebbe mai saputo.

Era diventato padre a 17 anni. Per errore. L’incoscienza della giovinezza aveva avuto la meglio e una delle tante ragazzine con cui si divertiva era rimasta incinta. Non aveva voluto abortire. L’aveva odiata per questo. Avrebbe potuto rovinargli la vita così. Quando sua figlia nacque non si presentò nemmeno in ospedale. Non gli interessava, non la sentiva sua. Le mandò un assegno e la pregò di troncare qualsiasi rapporto con lui.

Sei anni dopo bussarono alla sua porta. All’epoca era un giovane universitario e stava avviando la sua promettente carriera. Quando aprì l’uscio la riconobbe subito. Non gli sarebbe servita la presenza della madre, a fianco, per sapere che quella bimbetta era sua figlia. Aveva i suoi stessi occhi blu, profondi oceani scuri e magnetici che promettevano già grandi guai. E la fossetta sotto il mento, tratto distintivo della famiglia di suo padre, faceva capolino su quel volto candido e paffuto. “Ciao. Io sono tua figlia” disse con voce molto più adulta della sua età. E l’abbracciò. Le sue braccia corte e tozze gli cinsero la vita, stringendo forte. Quante volte, poi, ripensò a quell’abbraccio. Non aveva voluto ammetterlo, ma lì dentro, in quel tocco morbido e ingenuo, c’era tutto quello di cui aveva bisogno. C’era la vita, che egli stesso avevo creato, c’era un amore puro e incondizionato che solo un figlio può dare e c’era la forza di chi pensa di aver finalmente trovato il proprio posto. La sua vita avrebbe potuto essere diversa, se solo lo avesse voluto. Avrebbe potuto inginocchiarsi, stringere forte a sé quella piccola cosa che chiedeva amore e accettare di diventare padre. Di essere un esempio. Di amare e farsi amare. Ma non lo fece. Sciolse quel nodo dalla sua vita e fece un passo indietro. Guardò sua madre. “Ti avevo detto che questo non doveva accadere. Abbiamo un accordo. Hai firmato dei documenti. Chiamo il mio avvocato ora. Vattene”. Aveva sbattuto la porta di fronte a quegli occhi increduli, che non capivano ancora bene cosa stesse succedendo. I suoi occhi. Avevo chiuso la porta in faccia ai suoi bellissimi occhi.

Non rivide mai più sua figlia. Lei e sua madre morirono quello stesso giorno, durante il viaggio di ritorno.
Non pianse quando gli telefonarono per dargli la notizia. Non pianse nemmeno al funerale. Pianse solo dopo settimane, quando radendosi il viso incrociò per sbaglio i propri occhi nello specchio.
Quegli occhi.

Aveva fatto togliere dalla casa tutti gli specchi. Ne rimaneva solo uno, piccino, appeso nel bagno. Qualcuno provò a chiedergli perché. Lui non rispose.
Ci sono segreti troppo pesanti per potersene liberare.

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