Biografico e autobiograficoRacconto Breve

Perle di grotta

Lucia Tradii

Parcheggiamo in una piccola area di sosta. Sento la ghiaia scricchiolare sotto le scarpe vecchie che mi ha prestato tua madre, riesumate da chissà quale covo nel garage. Sono un numero più grande e mi sembra di trascinare delle pinne pesanti. Seguiamo un cartello con sopra una grande freccia blu, che sta ad indicare un sentiero in discesa. Percorriamo pochi metri e già la possiamo vedere: una cascata, o meglio, un filo d’acqua che scende da un dirupo, da una parete muschiosa. È quasi una scena surreale: quell’enorme sasso, ricoperto dal verde della vegetazione, non sembra appartenere al paesaggio, è più un dente del giudizio che si è fatto strada all’esterno, squartando la gengiva rocciosa del monte. La sua estremità ricorda la bocca spalancata di un drago. Ecco la storia che si crea nella mia mente: milioni di anni fa, un drago era imprigionato in quella roccia. Forse era stato rinchiuso da un potente incantesimo, fatto sta che un drago è un essere orgoglioso, e quell’esemplare cercò di scappare. Dopo innumerevoli sforzi, riuscì a creare una breccia fra la terra e la magia, in cui infilare la testa. Era quasi libero, poteva sentire l’odore dell’erba e il fresco dell’aria, ma qualcuno, un mago o un dio, lo scoprì e gli lanciò una maledizione. Venne così trasformato in pietra. Ora, da dove prima uscivano fiamme infernali, sgorga un’acqua placida.

Alla destra della cascata si trova un laghetto dalle sfumature verdazzurre, sopra al lago, tra le stalattiti, si può avere la fortuna di veder volare i pipistrelli; alla sinistra, invece, c’è un paesaggio lunare, caratterizzato da polvere e buchi nel terreno. È qui, tra queste rocce strane, che due bambini giocano rumorosamente. Nella parte bassa, a osservarli, c’è un uomo grasso, calvo, con gli occhiali da sole. I bambini lo chiamano papà e lui grida loro di fare attenzione, più volte. Ci facciamo strada fra di loro, ricreando inconsapevolmente il ciclo della vita degli uomini: infanzia, giovinezza, età adulta. Fino a ieri eravamo bambini, potevamo esserci noi a giocare tra questa polvere, sudare e sporcarci, non pensare a nient’altro. In un balzo, saremo come quell’uomo che non sorride. Forse ci scorderemo come si fa a sconfiggere i briganti, i pirati, i cavalieri che popolavano la nostra testa, eppure più tangibili delle preoccupazioni degli adulti.

Ma ora sono qui a camminare con te e non penso a tutto questo. Tutto questo lo penserò più tardi, quando sarò sola nella mia stanza e tu sarai lontano. Raggiungiamo un grande varco che conduce nel ventre della roccia. È un breve percorso, ma è comunque emozionante. Ci sono gradini da salire e fessure in cui passare. In cima si possono ammirare i pendii dei monti ricoperti da alberi spogli, che sembrano grigi spettri appuntiti. Essere entrata in questa piccola grotta, mi fa pensare a un libro che ho amato, Divorare il cielo. Uno dei personaggi principali, Bern, va in esplorazione a Lofthellir, e, anche se si tratta di una grotta di ghiaccio che si trova in Islanda, non riesco a non pensare a lui, a desiderare la sua forza, la sua fame di vita e conoscenza. Eccomi qui, in un posto magnifico, assieme alla persona che amo, eppure non riesco a staccare la spina, non riesco a non rimuginare su ciò che leggo, a non pensare alla mia vita come un romanzo o, al massimo, una raccolta di racconti. A volte sarebbe bello smettere di pensare, ma chi sarebbe quella persona senza pensieri? Non sarei più io. Come quell’estate in cui abbiamo fatto il bagno al fiume, sotto quella piccola cascata che, paradossalmente, era più cascata di questa, ho sentito le tue spalle irrigidirsi dietro di me, la tua voce farsi incerta, quando ti avevo detto quella cosa.

Non lo sappiamo, lo scopriremo quando torneremo alla macchina e leggeremo in modo affrettato un cartello fatto con una costruzione in legno, di quelle che ti ricordano subito che ti trovi in mezzo alla natura, ma dentro questa grotta ci sono le pisoliti, dette anche perle di grotta, che non hanno alcun valore se non quello nel mondo della geologia. Guardando le foto sul cartello, mi ricordano molto i sassi che si trovano nei fiumi.

Tornando alla macchina, vediamo un campo da basket che prima non avevamo notato. Tu subito corri a vedere, esulti, immagini come sarebbe bello fare una partita, anche se il canestro è posizionato troppo in alto e nemmeno tu riesci a toccarlo. Il pavimento è liscio e bianco. Allora ti dico: – Balliamo. –. Congiungiamo le mani, basandoci sull’unica esperienza che abbiamo dei balli: averli visti in televisione. Disegniamo dei cerchi confusi con i nostri piedi. Io mi sento ancora più goffa con queste scarpe grosse. In fondo ti diverti anche tu a farmi fare il casquè e le giravolte. Presto smetteremo di ballare, torneremo alla macchina e parleremo del nostro futuro: la casa che vorremmo comprare, i nomi dei figli, il colore dei loro capelli, se è meglio avere un cane oppure un gatto. Io dentro di me penserò ai miei obiettivi: la laurea, il lavoro, poi la famiglia, certo. Ma ci sarà sempre un cassetto chiuso, quello che non riuscirò ad aprire con te, quello che mi fa sentire un burattinaio che tira tutti i fili che ha a disposizione per tenere in equilibrio la propria vita. Tra tutti i fili c’è anche quello della paura del futuro, quello che vuole la solitudine, quello che non vuole troppa solitudine, quello che mi fa bramare l’avventura e non si accontenterà che all’improvviso la persona che sono, una persona completa in fondo, venga spazzata via per essere solo una moglie, solo una madre. In questi momenti penso moltissimo a Bern che sembrava destinato a rimanere per tutta la vita un semplice contadino pugliese, invece, la sua voglia di divorare la vita lo ha portato ad avere tutto: fratelli, amici, un grande amore, un matrimonio, una figlia, ma anche la fede, gli ideali con cui si incontra e scontra, l’avventura che lo porta nelle grotte dell’Islanda.

E anche tu, che ora mi cingi la vita, hai dei cassetti segreti, consapevoli o meno. Per quanto io possa conoscerti, ci sarà sempre una zona d’ombra in cui io non potrò entrare, come una fessura troppo stretta nella grotta, e, dall’altra parte, ci saranno le pisoliti, tesori che hanno un valore tutto personale.

Ci stringiamo ancora un po’, nelle ultime luci del tramonto, in questo febbraio troppo caldo. Anche ora potrei dire ciò che ti dissi al fiume: – Tutto questo è destinato a diventare un ricordo. I giovani che siamo adesso non esisteranno più, se non nella nostra memoria. – ma non lo faccio, balliamo, seguendo una musica che soltanto noi riusciamo a sentire.

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